Economia

I distillatori italiani guardano al futuro stretti nella morsa del credito

AssoDistil delinea lo scenario economico di uno dei settori più rappresentativi del Made in Italy. Che ora guarda sempre più all’estero, pur mantenendo il legame col territorio

26 maggio 2012 | Silvia Cerioli

Un mondo in evoluzione, dove l’export va assumendo il ruolo di “nuova frontiera” per i distillatori italiani. Lo ha rilevato AssoDistil, l’Associazione degli Industriali di settore, in occasione della consueta assemblea annuale a Roma.

La crescente importanza delle esportazioni si contrappone al calo di produzione e di consumi che l’Associazione ha registrato sui mercati (-10% nel 2011). La riduzione dei volumi prodotti nel 2011 si deve alla vendemmia dello scorso anno, tra le più scarse degli ultimi decenni, con la conseguente diminuzione del vino e dei sottoprodotti da distillare.

“Il mondo è cambiato, soprattutto negli ultimi anni – ha spiegato Antonio Emaldi, presidente di AssoDistil – e oggi l’industria dei distillati deve confrontarsi con un sistema globale aggressivo, che non perdona chi stenta ad adeguarsi”.

In particolare, il comparto degli alcoli e acquaviti di origine vinica ha registrato una forte riduzione, mentre aumenta, come in tutta Europa, l’alcol da cereali. Per l’Italia, non è una novità, da alcuni anni la prima voce di produzione deriva dal cereale, seguita dagli alcoli di origine vitivinicola. Nel complesso, nel 2011 in Italia sono stati prodotti 833.00 ettanidri di alcol, -16% sul 2010 e 192.800 ettanidri di acquaviti, il 16% in meno rispetto all’anno precedente.

L’acquavite di vino, segmento nel quale l’Italia è leader europeo insieme alla Spagna, si conferma quindi la prima voce in termini di export e volume, anche se in calo di circa il 30% rispetto al 2010. In controtendenza, invece, le acquaviti di frutta (+67%).

Anche la grappa mostra i segni del cambiamento: nonostante la riduzione dei volumi (-11%) rispetto all’anno precedente e la sua forte relazione con il territorio d’origine, il distillato simbolo del Made in Italy è ormai entrato nel “salotto buono” dell’agroalimentare e della ristorazione, consolidando la sua fama di prodotto raffinato per consumatori colti ed esigenti. I dati dell’export fanno registrare una performance eccellente: nel 2011 le esportazioni di grappa in bottiglia sono aumentate del 18%, mentre il prodotto sfuso è cresciuto del 37% rispetto allo scorso anno. Tra i mercati più interessanti, si segnalano Stati Uniti, Brasile, Cina e, in minor misura, la Russia.

Dal punto di vista strutturale, i dati AssoDistil descrivono un comparto caratterizzato da una forte concentrazione: sul piano della produzione il 10% delle aziende, quelle comprese nella fascia produttiva più alta, detiene il 64% della quota di produzione. E sono le prime dieci aziende per volumi di vendita a vantare oltre il 60% delle quote di mercato. La grande maggioranza delle imprese, sono micro e piccole realtà che, al di là dei ridotti di produzione al di sotto dei 1000 ettanidri, rappresentano la storia e l’emblema di questo settore.

All’Unione Europea, dopo la vicenda delle pratiche illegali in Francia per la produzione di acquavite, che ha colpito pesantemente i distillatori italiani, AssoDistil chiede di continuare a vigilare. “E’ fondamentale che la UE garantisca regole uguali per tutti”, ha dichiarato il presidente Emaldi. E a proposito di Europa, è positivo il commento sulle indicazioni finora emerse in merito all’OCM vino. “E’ importante che la distillazione dei sottoprodotti della vinificazione sia stata mantenuta nell’ambito dei Piani Nazionali di Sostegno, secondo le modalità ora in vigore, e cioè con un aiuto per la produzione di alcol destinato ad usi industriali”.

Fabbisogno finanziario in peggioramento, però, per gli industriali della distillazione, che tuttavia mostrano fiducia nella ripresa. A sottolinearlo è l’ “Osservatorio congiunturale Assodistil”, lo studio effettuato da Format, società specializzata in ricerche, con l’obiettivo di fotografare lo stato di salute del comparto nel primo trimestre del 2012.

Nel dettaglio l’indagine, presentata stamani all’assemblea annuale dell’Associazione da Pierluigi Ascani, presidente di Format, ha messo a confronto le distillerie con il macro-settore delle bevande alcoliche. Rispetto a questo comparto, le piccole e medie imprese dei distillati esprimono un giudizio più ottimista circa l’andamento dell’economia italiana. Il clima di fiducia permane anche rispetto all’attività della propria aziende, soprattutto se si tratta di aziende piccole e medie che operano a Nord. Circa l’82% degi distillatori interpellati ritiene che l’andamento della propria azienda resterà invariato.

La problematica più sentita dal settore riguarda la liquidità aziendale. L’Osservatorio congiunturale rileva le sofferenze dell’industria distillatoria circa il ritardo dei pagamenti. Nei primi tre mesi del 2012, tale tendenza è confermata dall’81% degli intervistati, contro il 18% che evidenzia addirittura un peggioramento.

Nel primo trimestre dell’anno, l’industria ha dichiarato di far fronte a fatica ai propri fabbisogni finanziari (47,9%). Oltre il 90% degli intervistati non prevede miglioramenti nel trimestre successivo. Le aziende che soffrono di più sono le più piccole (meno di 10 addetti) e quelle residenti al Centro e al Sud. Non va poi meglio il rapporto con il mondo creditizio. Il 54,4% degli imprenditori, nei primi tre mesi dell’anno, è riuscito ad ottenere credito con un ammontare pari o superiore a quanto richiesto, a fronte di un’area di irrigidimento, pari al 37,8%, rappresentata da imprese che hanno ottenuto somme inferiori oppure si sono viste negare il finanziamento. Negativo, nella stragrande maggioranza dei casi, anche il giudizio sui tassi di interesse e sulle altre condizioni di accesso al credito.

Vista la situazione non facile sul mercato italiano, l’industria cerca nell’internazionalizzazione nuovi sbocchi per i suoi prodotti. Circa il 15% delle aziende vende all’estero, soprattutto in Europa (11,5%). Il resto del campione opera esclusivamente in italia, il 44% nella stessa area di localizzazione. Al di fuori della UE, il primo mercato è il Nord America, seguito dall’Estremo Oriente, poi dal Medio Oriente e dall’Est Europa non europea. Il distillatore non pensa a delocalizzare: il 64,4% di chi commercia con l’estero lo fa perché intende esportare i suoi prodotti.

“Il quadro che emerge dalla ricerca – ha commentato Pierluigi Ascani, presidente di Format – è quello di un settore con grandi potenzialità, che soffre però della congiuntura economica e di alcuni nodi strutturali irrisolti, esterni al comparto, che potrebbero rivelarsi una pietra di inciampo alla crescita del settore”.

Tra i problemi stigmatizzati in assemblea dai distillatori, il pagamento anticipato delle accise, unito ad una pressione fiscale penalizzante, che rischia di essere ulteriormente aggravata dalla “Junk Food Tax” e dal paventato aumento al 23% dell’IVA.

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