Cultura

La figura di Cristo? Ha dominato per anni la mente di Fëdor Dostoevskij

Secondo il grande scrittore, doveva essere un uomo profondamente sofferente. Di una sofferenza che non è quella della croce, ma che viene prima della croce

11 aprile 2009 | Sante Ambrosi

Fëdor Dostoevskij

La figura di Cristo ha dominato la mente di Dostoevskij, soprattutto dopo la sua condanna alla pena capitale tramutata all’ultimo momento a lunghi anni di lavori forzati in Siberia. In un appunto di quel periodo scrive:” Se mi si dimostrasse che Cristo non è nella verità, e se fosse dimostrato matematicamente che la verità non è in Cristo, preferirei comunque restare in Cristo che con la verità”.

E la figura di Cristo domina in tutti i romanzi del grande scrittore russo. Ma è soprattutto nel romanzo L’Idiota dove la figura di Cristo prende forma in un’immagine concreta, quella del principe Myskin. E’, questo, un romanzo straordinariamente interessante, anche se non sempre la critica ha compreso il suo valore, un valore soprattutto cristologico.

Senza voler entrare in un’analisi dettagliata della trama di questo singolare romanzo, cogliamo una fondamentale caratteristica del principe, che nella mente di Dostoevskij doveva rappresentare in concreto in un modo estremamente contemporaneo la vita e l’esistenza di Gesù. Il principe è un giovane malato, che ritorna dalla Svizzera dove è stato in cura da un famoso psicoterapeuta e si dirige nella sua Pietroburgo. Torna, anche se veramente non sia ancora guarito. Egli soffre di una forma acuta di epilessia, che in certi momenti di particolare tensione lo porta a svenimenti improvvisi nei quali una sofferenza lancinante si trasforma in momenti di estasi paradisiaca.

Questa caratteristica dominante del principe voleva esprimere una intuizione tutta personale di Dostoevskij: il Cristo, essendo il Verbo di Dio, quindi assimilato in tutto a Dio, doveva essere un uomo profondamente sofferente. Una sofferenza che non è quella della croce, è prima della croce. Una sofferenza che permea tutta l’esistenza del Cristo.

Secondo Dostoevskij Gesù, essendo la Parola di Dio fatta carne possedeva un “io” che era anche e contemporaneamente un”noi”. Un io che abbraccia tutti gli uomini e tutto l’universo costituisce per il nostro autore l’elemento fondamentale per capire il significato della vita di Cristo. Un io che è anche un noi vuol dire non solo farsi carico delle sofferenze di tutti e di tutto, ma anche sentirle come proprie e immedesimarsi totalmente ed esistenzialmente con tutti e con tutto. Ma una vita del genere non è sopportabile per un essere umano come noi tutti siamo. Solo il Cristo, secondo Dostoevskij, poteva sopportare una esistenza del genere. Ecco perché questo grande genio ha intuito che Gesù doveva essere stato profondamente un malato e sofferente in un modo straordinario ed unico. Una malattia, la sua che nasceva dal suo essere di tutti e per tutti.

Ma la sua sofferenza, nei momenti di massima crisi si trasformava in un’estasi di infinita felicità. In un altro dei suoi appunti, Dostoevskij scrive:
“E questa è la massima felicità. In tal modo, la legge dell’io si fonde con la legge dell’umanesimo, e nella fusione entrambi gli elementi, l’io e il tutto (evidentemente, due contrapposizioni estreme), reciprocamente annullandosi l’uno a favore dell’altro, nello stesso tempo raggiungono anche lo scopo supremo del proprio sviluppo individuale, ciascuno per proprio conto”.

Questa intuizione di Dostoevskij è di grande importanza per comprendere il significato profondo ed unico della figura di Cristo. Di solito, quando parliamo delle sofferenze di Cristo, siamo portati a considerare le sue sofferenze della passione e della sua morte in croce, certamente vere e disumane, ma il romanzo di Dostoevskij, L’Idiota, ci vuole parlare di una sofferenza di Cristo che è una sofferenza esistenziale, un’angoscia profonda che difficilmente possiamo immaginare. E questo perché nella sua persona pesava un po’ tutto il male dell’umanità ed egli si sentiva immerso in questo male.

Di questo i Vangeli poco ci dicono, al massimo lasciano intendere qualcosa con qualche scampolo di luce, quando ci raccontano la sua compassione verso gli ammalati di ogni genere e verso i peccatori che incontrava nei villaggi della Palestina. Solo il genio di un grande scrittore come Dostoevskij ci aiuta a cogliere anche quello che non è scritto, senza, naturalmente, inventare capricciosamente, ma solo sforzarsi di entrare nel mistero di una vita di infinita grandezza, ma anche di infinita angoscia. Una lettura attenta dell’Idiota, eccezionale romanzo di Dostoevskij, e per molti aspetti ancora incompreso ci aiuta a capire qualcosa dell’esistenza umana di Cristo. Quanto abbiamo detto è solo una piccola cosa di quello che il romanzo può dirci.

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