Cultura

Uno sguardo sull'arte / 5. L'anima surreale di René Magritte

Marcella Farinaro ci propone "Le Portrait", dove il grande pittore belga denuncia la fondamentale mostruosità dell’atto quotidiano del mangiare

28 febbraio 2009 | Marcella Farinaro



RENE’ MAGRITTE
Le Portrait
Olio su tela
Cm 73x50

Eseguito nel 1935

The Museum of Modern Art, New York



È a Parigi che Magritte conosce tutti i principali esponenti del Surrealismo, centro propulsore del movimento, rimanendo comunque molto influenzato dal suo paese d’origine, il Belgio. Infatti nelle Fiandre c’è sempre stata una tendenza alla rappresentazione fantastica dei sogni, degli incubi soprattutto, da Bruegel a Bosch fino a Ensor.

La sua pittura è precisa e meticolosa come quella di un fiammingo antico. Ma proprio questa esattezza veristica da trompe-l’oeil, superando la capacità visiva del’occhio umano, crea una realtà diversa da quella che siamo abituati a conoscere, più analitica, più “reale” del reale, quindi surreale.

Nell’opera presa in coniderazione, possiamo ritrovare la tendenza dell’autore di rifarsi al precedente artistico più immediato, la Metafisica, con la differenza che, mentre l’inquietudine dechirichiana nasce dagli accostamenti alogici di oggetti talvolta comuni, ma più spesso storicamente illustri, Magritte preferisce le cose banali che ha sotto gli occhi tutto il giorno.

Come in questo caso, a un primo sguado potrebbe sembrare semplicemente un occhio in una fetta di prosciutto in una banale natura morta, sembra uno scherzo di cattivo gusto e anche abbastanza banale.

Osservando più attentamente, superato la shock iniziale, quello che rimane è la denuncia della fondamentale mostruosità dell’atto quotidiano del mangiare. L’occhio che ci scruta a tavola con sguardo bovino accusa la nostra animalità di esseri umani, e trasforma le posate da semplici utensili quotidiani in armi vagamente minacciose, strumenti di un rituale che anche se svolto nel più corretto dei modi, rimane comunque sanguinario e violento. E dato che si tratta di un rituale che tutti compiono quotidianamente, non si tratta di un singolo uomo, ma di ogni uomo.

Le Sorcier, autoritratto; 1952

Ad avvalorare questa tesi negli anni Sessanta, Magritte rappresenterà se stesso, dietro una tavola formalmente imbandita, intento ad officiare questo stesso rito, non con due, ma con quattro braccia che afferrano con simbolica voracità tutto quello che li si presenta davanti.
Il dipinto ha il titolo quanto mai emblematico: Lo Stregone (Le Sorcier).


La mostra a Milano: link esterno


UNO SGUARDO SULL'ARTE

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