Cultura
Quando le mappe catastali erano arte, ma il passato può tornare
Una mostra di "cabrei" a Firenze, presso l'Accademia dei Georgofili, permette di apprezzare disegni e acquarelli di proprietà terriere dal seicento ai nostri giorni
18 febbraio 2012 | Alberto Grimelli
Un successo senza precedenti la mostra dei "Cabrei" presso l'Accademia dei Georgofili di Firenze.
E' infatti stato prorogata fino al 23 febbraio, con orario di apertura 15-18 e ingresso libero, un'esposizione che fornisce un quadro, e mai espressione fu più appropriata, dell'arte mappale.
Cabrei infatti indica gli inventari dei beni delle grandi amministrazioni ecclesiastiche o signorili e l'insieme dei documenti che li formavano: mappe, elenchi dei beni mobili ed immobili, dei diritti, delle servitù, del valore della proprietà, mappe delle singole particelle.
I veri e propri cabrei - racconta Maria Novella Batini - sono una raccolta di mappe catastali, che nel disegno particolareggiato riescono a visualizzare in modo pratico le proprietà terriere e i beni immobili. Sembra risalgano piuttosto ad un’epoca più tarda, precisamente alla metà del Cinquecento (quando l’Ordine di Malta già utilizzava questo termine) e poi al Seicento. Ma la produzione più copiosa ed artistica si ebbe nel Settecento, quando le teorie illuministiche dettero un particolare impulso ad ogni pratica che consentisse di razionalizzare la gestione e l’amministrazione pubblica e privata.
I proprietari terrieri, gli enti religiosi e le amministrazioni comunali avvertivano l’esigenza di inventariare le proprietà, fissare i confini, descrivere le strade poderali, i diritti di servitù, l’estensione dei boschi, dei pascoli e dei campi coltivati, le costruzioni coloniche disseminate sul territorio, i corsi d’acqua e quanto altro potesse tornare utile alla gestione del bene in questione. Era compito di valenti agrimensori effettuare sopralluoghi nelle tenute, per poi disegnare belle tavole a inchiostro che a partire dal Seicento furono sempre più decorate con cartigli, stemmi, rose dei venti, figure allegoriche, putti, annotazioni paesaggistiche.
Nell’esposizione presso i Georgofili appaiono cabrei antichi, realizzati dal 1673 al XIX secolo, tratti dalle raccolte gentilmente messe a disposizione dagli archivi di illustri famiglie di Georgofili: Ginori Lisci, Mazzei, Rimbotti, Contini Bonacossi, Frescobaldi; documenti storici preziosi per lo studio delle profonde trasformazioni del paesaggio agricolo e del territorio.
Nell’Ottocento, la realizzazione del Catasto particellare toscano portò al declino di questa vera e propria arte, sostituita poi dalle nuove tecnologie delle foto aeree e satellitari.
La sensibilità di un giovane artista, classe 1967, unitamente con la lungimiranza di alcuni committenti, quasi esclusivamente viticoli, ha rinnovato la tradizione e sono così apparsi, ed esposti per la prima volta in questa mostra, i cabrei moderni.
Il. giovane artista in questione si chiama Pasquito Forster e merita un plauso per l'espressività delle proprie creazioni che non hanno più alcun significato pratico ma tratteggia il paesaggio con l'anima dell'artista, secondo un'emotività, e dunque una rappresentatività, che certamente gli strumenti moderni non possono offrire.
A volte riscoprire vecchie tradizioni non è uno sterile tuffo nel passato ma può essere un riannodare i fili di presente-passato-futuro, un'esigenza quanto mai sentita oggi in cui l'agricoltura è alla ricerca di una nuova identità.
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luigi giannelli
19 febbraio 2012 ore 09:13Riannodare i fili tra presente-passato-futuro,porterebbe sicuramente l'agricoltura a ritrovare se stessa in una nuova ed esclusiva identità ora mancante.