Cultura

L’ebbrezza? E’ un segno di saggezza

Il vino unisce. E’ medicina e conforto, cultura insomma. L’ubriachezza di Noè nasce dalla vigna, piantata e spremuta lo stesso giorno, appena le acque del diluvio si furono ritirate

07 gennaio 2012 | Nicola Dal Falco

S’avanza un leone, incede un asino, scoppia il diluvio  

S’avanza un leone, maestoso e tremendo, pieno di un’ira quasi umana e calpesta il tirso, lo scettro delle baccanti. Sorride, invece, il fanciullo alato che lo cavalca, tenendo in equilibrio una coppa di vino.

Bella e tornita, colma del liquido denso che scaccia i pensieri che ricompone ansie e paure che avvolge le membra di un tenero ardore, scaldando di sangue divino le vene. A quel sorriso tendi lo sguardo, allunghi il braccio, riconoscente.

Nulla hai da temere, le fauci aperte, gli occhi sgranati attendono chi non sa; cercano gli irriverenti al dio, gli spavaldi, chi è pericoloso a se stesso per sicumera o stoltezza, facce dell’identica medaglia.

Ecco, lui arriva, è come il leone, come il fanciullo. Nessuno resiste e chi lo invoca sarà per un attimo e sempre felice.

Il suo dono è un dono civilizzatore, perché la presenza del vino distingue la tavola degli uomini dall’antro del mostro. Il vino unisce, è medicina e conforto, cultura insomma, ma come ogni farmaco può trasformarsi in veleno, trascinando alla distruzione.

Tutt’intorno una ghirlanda intrecciata con maschere tragiche.

Forse più malinconiche che tragiche. Perché l’ebbrezza è un segno di saggezza, ha a che fare con la conoscenza, la parola ispirata, incalzante, ma soprattutto con l’ammissione di quanto siano precarie e libere le vicende umane.

Serve l’ebbrezza a salire di un grado, a togliere attrito, a dimenticare l’appuntamento glorioso e quello funesto, a sentire la gioia di un dio che per essere tale fu iniziato, avviato da Rea ai misteri per purificarsi dal sangue versato nel suo tortuoso itinerario di conquista.

Potremmo quasi dire che Dioniso è colui che si fece dio, mentre c’è chi addirittura sostiene che morì per resuscitare. Suo è quanto cresce all’improvviso, si slancia, mostra il proprio impeto.

Anche l’edera gli appartiene, non solo i tralci di vite. La forza del leone, dunque e la gaia ingenuità del fanciullo.

 

Sileno il maestro

Tra Dioniso e Sileno, custode del mondo selvaggio, c’è un rapporto filiale. Fu lui ad occuparsene quando era bambino. Un modo per dire che l’invenzione del vino nasce dalla profondità della terra incolta, nell’esuberanza della vita vegetale, dall’unione tra il principio umido e il fuoco.

Quanto, poi, il maestro apprezzasse le prodezze dell’allievo lo si deduce dalla fedeltà al dio, dalla costante presenza nei cortei di baccanti e durante le spedizioni in terre lontane.

Vecchio quindi esperto, calvo perciò filosofo, pingue perché assetato. La figura di Sileno pare l’icona del crapulone, ma secondo gli orfici la sua era una sete mai appagata di conoscenze, il suo stato barcollante stava ad un passo dall’esatta visione.

Non bisogna farsi trarre in inganno, l’asino su cui cerca di restare in equilibrio induce al riso, ma è un animale determinato, sobrio, di poche pretese e di immensa pazienza.

Di fronte a re Mida che lo aveva trovato addormentato nel suo giardino di rose, Sileno dispiegò tutta la propria fantasia, narrando di una terra di giganti felici.

Un re avido di storie e un satiro capace di meravigliarlo. A sottolineare questa profonda differenza di prospettive sarà il successivo intervento di Dioniso che, ritrovato il maestro, ringraziò Mida, chiedendogli di esprimere un desiderio.

Quale fosse, non c’è bisogno di ripeterlo. Il padrone del roseto rischiò di morire di fame e di sete. Chi si misura con Sileno, sappia, quindi, che la felicità del satiro non si affida a mezzi materiali, è amica del sonno e dell’allegria che lo precede.

Ce lo ricorda, nel suo modo spietato, anche Nietzsche quando fa pronunciare a Sileno parole inequivocabili sul destino dell’uomo «stirpe miserabile ed effimera» per cui il meglio sarebbe in primo luogo «non essere nato, non essere, essere niente» e in secondo luogo «morire presto».

 

Il navigatore del diluvio

Di un altro sonno ancora, più vicino a noi, ci parla l’episodio di Noè. È una scena concitata, tratta da un quadro seicentesco della scuola fiorentina di Alessandro Allori: in primo piano, sulla destra, il corpo abbandonato del patriarca, simile a quello di un dio fluviale.

L’ubriachezza di Noè nasce dalla vigna, piantata e spremuta lo stesso giorno, appena le acque del diluvio si furono ritirate.

Ma perché, l’uomo incaricato da Dio di salvare il seme della specie umana e di quelle animali bevve fino a cadere, fino a mostrare la propria nudità?

Secondo Mario Brelich che ne scrisse in forma poetica, modulando il suo saggio come un romanzo, Noè capì che il diluvio segnava un confine temporale che sarebbe divenuto invalicabile.

Dio non poteva fare a meno dell’uomo, il punto più alto della creazione, ma lo temeva; ne temeva soprattutto la nostalgia per il paradiso terrestre. Inviando il diluvio, avrebbe cancellato non il mondo, ma la sua versione più prossima al tempo della Genesi.

Compreso quale fosse il vero ruolo che gli aveva affidato Dio, colui che cammina con il Signore scelse di riprendere, metaforicamente, il mare, di annegare in una breve e volontaria notte.

 

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