Cultura

L’ultima fiamma del giorno

Perché sorprenderci che le donne di Goya siano così belle, incantate, solenni e ben disposte? La lettura del ciclo di affreschi presente nell'Ermita de San Antonio secondo lo sguardo di uno scrittore attento e sensibile

09 luglio 2011 | Nicola Dal Falco

Ermita de San Antonio de la Florida (1798)

Non mi abbandona una sensazione di stranezza, un fuori luogo orchestrato sul filo degli opposti: la chiesa neoclassica delle dimensioni di un oratorio, decorata con un ciclo di affreschi che sfondano i muri e le volte, una pittura veloce, a macchie, che tratta la materia dei corpi e la luce allo stesso modo, passando dalla densità dell’una a quella dell’altra; dove la trasparenza e l’ombra sono sempre e ancora materia, travaglio pittorico, opus alchemica, trapasso e ritorno.

Sulla scena del miracolo di Sant’Antonio – doppio, perché resuscitando un ragazzo assassinato, il redivivo potrà scagionare il padre del Santo dall’accusa di omicidio – il corpo terreo, cinereo, color tabacco echeggia nella nota più bassa, di pietra o di legno, il saio del santo.

Nota che rimbalza ancora sul fondo, tingendo di urbane lontananze gli abiti e i visi della folla di strada.

Una lontananza, suggerita e perfettamente percepibile, anche ignorando lo straordinario dettaglio, il caso speciale che trasforma il miracolo doppio in miracolo triplo.

Quanto avviene, si compie, infatti, a distanza, mentre Sant’Antonio è, in realtà, a Padova.

Avuta la visione delle cose nel momento in cui accadono, il Santo esce dal convento e si avvia in giardino.

Pochi e solitari passi sono sufficienti per raggiungere l’orto del padre, in Portogallo, dove il vero assassino ha occultato il cadavere del ragazzo.

Volante da un luogo di raccoglimento ad un orto mondano, spazi cintati e diversamente profumati, copie sbiadite del primo Giardino.

Questo trasvolare, questa dislocazione in corpo e spirito sembrano proprio annidare parte del loro aereo, inverosimile viaggio nel pathos dei personaggi, nel celestiale ruolo di involontari testimoni.

Tutt’altro registro cromatico tesse e ritesse, all’opposto, le vesti, fresche di maiolica, splendenti di grano e d’onde, di alcune señoras.

Le stesse che, per fluttuazioni di pieghe, per gorghi di damasco, brividi di broccato, allungano ali sulle loro spalle d’angelo.

Ali angeliche così inverosimili, posticce, da sembrare mondanissimi veli, stesi sopra uno stagno iridescente, ai raggi obliqui del sottobosco di felci.

Anche il cielo, in fondo, non è che una vasta tovaglia bianca ricamata d’oro, ma di un oro che sfrigola, palpita, danza nel riverbero delle stelle, in un serale chiarore di candelabri accesi.

E qui, veniamo al punto, a quella luce stirata, languida di estremo occidente, catturata nell’affresco di Francisco Goya.

Una luce al nadir, caduta e rimescolata ai corpi, non esattamente strisciante, ma come polverizzata e trattenuta nei gesti, sulle superfici.

Tornata, parrebbe, in bozzolo, nel gioco fitto di molecole.

Perciò questo posto, elegante architettura dipinta, ha qualcosa di strano, di stranamente esplicito eppure garbato.

Se aggiungiamo, infine, il movimento dei personaggi che avanzano, cozzano e si fondono, sospinti da un segreto riflusso d’aria, la balaustra che li separa dal vuoto della navata, ha la funzione di sostenere gli stessi visitatori, fornendoli un punto d’appoggio nella vertigine che incombe ad ogni sera del mondo e di più nei paesi posti ad occidente.

Quella vampa che non si spegne e arriva come estrema carezza da est permette alle donne di arrossire d’amore, di colorare le gote diafane, di un biancore sinistro.

Perché sorprenderci che le donne di Goya siano, qui, così belle, incantate, solenni e ben disposte?

Qui, tra l’Adorazione delle Trinità e un cadavere provato, un morto rimesso a sedere, transitato nell’aldilà e di nuovo nell’aldiqua?

Sui loro volti si riflette l’ultima fiamma del giorno, quella eterna che si fa notte.

 

 

Madrid, metro Principe Pio (linea 10)

2 luglio 2011

 

 

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