L'arca olearia

Un Sol più stabile e sempre più istituzionale

La manifestazione quest’anno non ha deluso le attese. La buona posizione trovata ha ridato smalto a una fiera che aveva smarrito la via, ma occorre fare di più

19 aprile 2008 | T N

Puntiamo i nostri riflettori sul Sol, a distanza di pochi giorni dalla sua chiusura, a mente fredda, un’analisi spassionata di quanto è accaduto, e non è accaduto, durante questa edizione.

Dopo le posizioni sfavorevoli di qualche anno fa la location, all’ingresso di San Zeno, si conferma essere una felice soluzione che garantisce un buon afflusso di visitatori.

La presenza di produttori ci è apparsa in lieve calo rispetto agli anni passati, con molti spazi, anche importanti, occupati da enti e figure istituzionali.
La crisi olivicola nazionale, la forte diminuzione della produzione, specie in aree molte attive sul piano commerciale e promozionale, ha avuto ripercussioni sul Sol che ha visto la presenza, come Paese ospite, di un nutrito gruppo di imprenditori cileni.
L’area lasciata libera non è rimasta tuttavia spoglia e improduttiva, anzi, Veronafiere vi ha inserito una rappresentanza delle migliori delizie nazionali, salumi, formaggi e altro, sotto l’insegna Agrifood club.
Speriamo solo che Agrifood non fagociti, in tempi più o meno rapidi, un Sol che non è esploso, che non ha acquisito nuovi spazi e nuova visibilità.



Dopo l’atteso ritorno del concorso Sol d’Oro la cui mancanza, nella scorsa edizione, si era fatta sentire ci si aspettava una edizione più spumeggiante e più ricca di appuntamenti.
Così non è accaduto.

E’ il calendario di eventi, povero non poverissimo, il vero punto dolente della manifestazione, di un Sol che sembra aver perso l’anima per puntare solo e soltanto sul commerciale.
Tre convegni, assai poco pubblicizzati, e qualche presentazione, oltre alle solite degustazioni, ci sono apparse ben poca cosa per una fiera che vuole essere punto di riferimento per il settore.

Al contrario di quanto accaduto qualche anno fa, quando al Sol si svolgevano seminari e congressi interessanti e vivaci, a cui partecipavano i più alti rappresentanti del comparto, dove si discuteva del futuro, quest’anno, ma non solo, nulla di tutto questo è apparso sulla scena.

L’Italia è, o dovrebbe essere, punto di riferimento culturale nel campo dell’olio di oliva.
Assistiamo, invece, e non solo al Sol, a un progressivo arretramento e involuzione, a un settore che vuole monetizzare senza investire, che vive la crisi come l’inizio della fine e non, come dovrebbe essere, a una contingenza negativa.

Parlando con gli olivicoltori si avverte la passione con cui svolgono il loro lavoro, quando versano l’olio nel bicchierino lo fanno con le stesse amorevoli cure che avrebbero con un figlio e aspettano il responso trepidanti, sollevati quando l’interlocutore manifesta un genuino apprezzamento.



Si notano tuttavia anche pessimismo e sfiducia.
Sono palesi e palpabili, e sappiamo possono essere contagiosi, solo auspichiamo che l’umor nero di olivicoltori e frantoiani non si trasferisca agli organizzatori di manifestazioni che proprio ora, invece, dovrebbero profondere maggiori energie, con spirito creativo ed entusiasmo, per mettere in mostra la vitalità del comparto.
Senza che divenga un’abitudine, è tuttavia necessario, in certi frangenti, che i promotori e gli organizzatori di una fiera sopperiscano alla mancanza di entusiasmo degli attori di un settore, quello olivicolo, che sembrano aver smarrito la propria forza propulsiva.

E’ forse necessario ribadire che non si può vivere solo di glorie passate, sulla base della fama che precedenti generazioni sono riuscite a guadagnarsi, occorre poggiare su quelle solide basi per darsi lo slancio, pare invece che l’Italia oliandola vi si stia adagiando.

Quest’edizione del Sol? Una fedele rappresentazione dello stato di salute del settore olivicolo italiano.

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