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Non ci si può fidare dell’indicazione di origine sull’etichetta dell’olio di oliva, con l’eccezione del 100% italiano

Non ci si può fidare dell’indicazione di origine sull’etichetta dell’olio di oliva, con l’eccezione del 100% italiano

La Spagna si conferma porto delle nebbie con un numero di controlli ben inferiori a quelli che dovrebbe effettuare per legge. La tracciabilità dell’olio di oliva si perde appena si varcano le frontiere, ancor più quando si parla di olio extra-UE. La Corte dei Conti smentisce la Commissione europea

16 gennaio 2026 | 16:00 | Alberto Grimelli

La Corte dei Conti smentisce la Commissione europea: i controlli sull’olio di oliva fanno acqua da tutte le parti e non è questione che interessa solo gli stati ma direttamente l’UE.

Le dichiarazioni del commissario all’agricoltura Christophe Hansen all’interrogazione dell’europarlamentare Dario Nardella e della vicepresidente della commissione Teresa Ribera all’interrogazione dell’europarlamentare Stefano Cavedagna sottolineavano, solo poche settimane fa, che il sistema dei controlli UE era demandato agli stati e che funzionava perfettamente, non rilevandosi alcun problema al mercato dell’olio di oliva.

Il 14 gennaio Christophe Hansen e Teresa Ribera non solo sono stati smentiti dalla Corte dei Conti europea, che con una Relazione speciale sui controlli dell’olio di oliva ha rilevato gravi lacune, ma si sono smentiti essi stessi, visto che la Commissione europea ha accolto integralmente le raccomandazioni della Corte dei Conti, tra le quali “rafforzare la supervisione della Commissione sui sistemi di controllo dell’olio d’oliva degli Stati membri”.

Val bene il detto che la mano destra non sa quello che fa la sinistra.

Anche perché le conclusioni della Corte dei Conti UE sono particolarmente gravi su almeno due questioni fondamentali:

1)     Non ci si può fidare di quanto viene dichiarato in etichetta sull’origine dell’olio, a meno che non sia 100% italiano

2)     Non possiamo neanche fidarci che l’olio di oliva sia completamente sicuro dal punto di vista salutistico, almeno riguardo la presenza di contaminanti, visto che i controlli sono scarsi e incerti

Vediamo nel dettaglio dunque le contestazioni su questi punti da parte della Corte dei Conti europea.

La tracciabilità sull’olio di oliva fa acqua da tutte le parti

La legislazione dell’UE non specifica come o quando debbano essere controllati gli aspetti della tracciabilità (ad esempio, luogo di origine, bilancio di massa), né la Commissione ha emanato alcun orientamento in merito. La Corte ha constatato che l’interpretazione dei requisiti di tracciabilità è diversa da uno Stato membro all’altro.

Gli auditor della Corte hanno chiesto alle autorità competenti dei quattro Stati membri visitati di effettuare un esercizio di tracciabilità per i 28 diversi oli d’oliva acquistati per lo studio di caso e di fornire alla Corte i registri di tracciabilità per consentirle di rintracciare ciascun olio di oliva in tutte le fasi della produzione (impianto di imbottigliamento, frantoio, olivicoltore).

Ecco i risultati:

Tutti i 16 oli di oliva prodotti in un unico Stato membro potevano essere ricondotti alla zona geografica in cui erano state raccolte e spremute le olive, come previsto dai regolamenti europei (quattro ai frantoi e 12 fino agli olivicoltori).

Non è stato possibile tracciare fino alla zona geografica di raccolta e spremitura delle olive due dei quattro oli di oliva originari dell’UE (provenienti da diversi Stati membri).

Due dei quattro oli di oliva di origine mista UE e non-UE non erano conformi ai requisiti di tracciabilità, uno per la parte non-UE e l’altro entrambe le parti UE e non-UE.

In parole povere, appena si esce dai confini nazionali, non si è più certi, almeno nella metà dei casi, che la dichiarazione sull’origine in etichetta corrisponda alla verità.

E tutto questo è tanto più vero visto che la Spagna, principale Paese produttore europeo e principale veicolo commerciale dell’olio di oliva, non arriva al numero minimo di controlli obbligatorio, come stabilito dall’Unione europea, dal 2019. Anche la Grecia è inadempiente. Quindi chi compie le frodi ha meno possibilità di venire scoperto, visto oltretutto che lo standard minimo di controlli (1 controllo ogni 1000 tonnellate) è già molto basso.

La sicurezza dell’olio di oliva è a rischio? Il problema contaminanti

Gli Stati membri visitati dagli auditor della Corte dispongono di propri piani di controllo per i contaminanti diversi dagli antiparassitari (come metalli pesanti, idrocarburi e MCPD) per la più ampia categoria alimentare “grassi e oli”, in cui rientra l’olio d’oliva.

Nel 2022 la Commissione ha creato un modello per gli Stati membri per elaborare i piani di controllo dei contaminanti e ha anche elaborato un documento di orientamento per gli Stati membri. Tuttavia, i piani di controllo del 2023, 2024 e 2025 che Belgio, Grecia e Italia hanno inviato alla Commissione non specificavano quali contaminanti sarebbero stati controllati per quali gruppi di prodotti.

I controlli sull’olio d’oliva importato da paesi non-UE per quanto riguarda antiparassitari e altri contaminanti sono inesistenti o molto limitati negli Stati membri visitati.

L’Italia non ha rispettato il piano che prevedeva il campionamento di una partita di olio d’oliva all’anno presso ciascun posto di controllo frontaliero: nel 2023 e nel 2024 non è stata controllata alcuna partita presso i principali punti di ingresso per l’olio d’oliva. Le importazioni di olio d’oliva in Spagna non sono sistematicamente testate per individuare i contaminanti. Tra il 2018 e il 2023 sono stati analizzati solo tre campioni per cercare residui di antiparassitari e 50 per cercare altri contaminanti.

I risultati dei pochi controlli effettuati dagli Stati membri mostrano però che il numero di campioni con concentrazioni di contaminanti (diversi dagli antiparassitari) superiori al massimo legale è molto basso. Tra il 2018 e il 2023 vi è stato un caso in Spagna, uno in Italia e due in Belgio.

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