L'arca olearia
Il Piano Olivicolo Nazionale è ancora tutto da costruire: è già troppo tardi?
Nel corso dell’ultimo tavolo ministeriale si è deciso di istituire un nuovo tavolo olivicolo per dare vita poi al progetto di Piano Olivicolo. La finestra di opportunità di cambiare lo scenario si sta chiudendo secondo Tommaso Loiodice, presidente Unapol
17 maggio 2024 | T N
La situazione olivicola italiana è ancora precaria nonostante la buona campagna olearia, dovuta soprattutto all’ottima performance pugliese, e i prezzi molto alti, circa il doppio rispetto alla media degli ultimi dieci anni.
Le criticità del settore, anzi, si sono paradossalmente accentuate, con la scarsa resilienza dell’oliveto Italia ai cambiamenti climatici, oltre alle difficoltà nei conti delle aziende imbottigliatrici, dovuti al credit crunch e agli aumenti dei costi di approvvigionamento, a cui si sommano i problemi strutturali da sempre esistenti, con l’invecchiamento degli olivicoltori e l’alta frammentazione aziendale.
Ne abbiamo parlato con Tommaso Loiodice, presidente degli olivicoltori di Unapol.
- Quale è la sua prima priorità oggi?
Il nostro ruolo oggi deve essere tenere alto il prezzo dell’olio, che poi non è alto, ma si tratta solo di un’equa remunerazione dei produttori. Per far questo bisogna investire in compagne di comunicazione. L’extravergine commodity sta scomparendo. Dobbiamo mantenere viva l’attenzione sul 100% italiano.
- Il prezzo è alto anche perché l’offerta è bassa, per la scarsa produzione spagnola. Appena la produzione rientrerà a livelli usuali anche le quotazioni scenderanno
Certamente dispiace dover sorridere delle disgrazie altrui, poiché gli olivicoltori spagnoli e tunisini sono comunque olivicoltori come noi. Dobbiamo impedire proprio queste dinamiche e dovrebbe essere di interesse di tutto il mondo produttivo del Mediterraneo.
- Spagnoli e tunisini, nei consessi internazionali, hanno però isolato l’Italia, per promuovere le loro politiche di prodotto commodity
Questo è vero e non vedo altra soluzione, per il nostro Paese, che trovare alleanze con Paesi con posizioni più vicine a quelle italiane. Dobbiamo essere capaci di aggregazione con altre realtà. E dobbiamo fare anche un po’ di autocritica. Siamo stati troppo autoreferenziali. Tendiamo a sgambettarci l’un l’altro, associazioni di categoria e olivicole, sia in Italia che all’estero e questo ci nuoce.
- E in Italia come vanno le cose? Il Ministero ha pronto il Piano Olivicolo?
Nel corso dell’ultima riunione degli attori della filiera olivicola, questa settimana, è stata decisa l’istituzione di un tavolo olivicolo vero e proprio, che sarà propedeutico alla definizione del Piano Olivicolo.
- Siamo ancora all’embrione
Purtroppo è vero, perché ricordo a me stesso che l’anno scorso, proprio in questo periodo, la riunione del tavolo ministeriale fu molto simile. Il Piano Olivicolo italiano è in forte ritardo. Spero che ogni tempo tecnico si accorci, riducendo significativamente tutti i tempi tecnici. O siamo bravi a cogliere l’opportunità ora o nessuno si occuperà più di olivo. Il rischio è infatti che si vada nella direzione solo di proclami sull’aumento di produzione, che, al di là della realizzazione pratica, può risultare un autogol senza un prezzo dignitoso. Meglio produrre meno e vendere meglio. Ma i problemi dell’olivicoltura italiana sono altri.
- Quali?
Occorre abbassare i vincoli burocratici e pseudo-paesaggistici per creare bacini idrici e sostenere l’irrigazione. Abbiamo problemi di manodopera e di ricambio generazionale. Senza reddito non ci può essere né l’uno né l’altro. Occorre ridare anche valore sociale all’olio, come elemento salutistico, paesaggistico, e quindi all’olivicoltore.
- Anche lei ora parla in politichese…
Dando questi valori all’olio, o meglio facendo in modo che la politica li riconosca si possono anche sbloccare nuove opportunità. Dobbiamo far capire che l’olivicoltura è trasversale a più ministeri, da quello all’agricoltura all’ambiente, per passare alla salute e alla cultura. Se ogni ministero contribuisse con delle risorse l’olivicoltura italiana potrebbe trovare i soldi che servono per un vero Piano Olivicolo.
- Visto che il Piano Olivicolo è ancora un libro dei sogni, cosa fare subito?
Le associazioni, e Unapol, lo sta facendo da tempo cerca risorse su obiettivi ben specifici ma immediati, come la necessità di semplificare certe norme e rilanciare gli investimenti irrigui. Dobbiamo poi raccordare le politiche regionali, visto che ciascuna di loro ha molte risorse. L’olivicoltura è italiana e nonostante le differenze regionali, bisogna che le politiche regionali debbano rispondere a criteri omogenei e lungimiranti. Poi costruire davvero un’Interprofessione del comparto. Io sono disponibile a fare un passo indietro per arrivare a una rappresentanza unitaria ma ora devono farsi avanti coloro i quali finora hanno avuto posizioni poco chiare.
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