L'arca olearia
Minacce e opportunità per l’olivicoltura italiana: dai prezzi dell’olio di oliva ai nuovi oliveti superintensivi
Dall’isolamento dell’Italia dell’olio di oliva in ambito internazionale fino allo scontro tra mondo industriale e agricolo per le quotazioni dell’extravergine. La linea di sviluppo dell’olivicoltura italiana secondo David Granieri, presidente di Unaprol
05 aprile 2024 | T N
Il mondo dell’olio di oliva è alle prese da due anni con forti fibrillazioni dovute alla bassa produzione, in Italia nel 2022 e in Spagna in entrambe le campagne olearie.
Nello stesso periodo sta cambiando la geografia mondiale dell’olio, con una presenza sempre più importante dei Paesi arabi.
Il mercato dell’extravergine è ed è stato influenzato dalle dinamiche della campagna olearia, con i prezzi al consumo che sono raddoppiati e triplicati, influendo anche sui volumi di vendita in Italia e all’estero.
Ne abbiamo parlato con David Granieri, presidente di Unaprol, per capire come il mondo olivicolo Coldiretti sta interpretando i tempi nuovi.
- I prezzi dell’olio extra vergine di oliva italiano sono circa il doppio della quotazione media degli ultimi anni e sono stabili. Invece in Spagna le quotazioni stanno scendendo. Ci sono pressioni perché anche il mondo della produzione cali i prezzi, per mantenere quote di mercato e sbocchi commerciali. Si è rientrati in una logica di braccio di ferro tra produzione e industria?
E’ una situazione contingente, non c’è stato alcun intento speculativo né cartelli da parte del mondo della produzione. Non ce n’è stato bisogno. Mi sarebbe piaciuto che l’ascesa dei prezzi fosse dovuta a una mia scelta ma non è così. E’ dovuta alla bassa produzione spagnola soprattutto, con una produzione ben inferiore alle stime di consumo. Domanda e offerta, una legge di mercato che vale nelle annate buone e nelle annate cattive. Certo, come produttori, siamo pronti ad approfittare della situazione contingente, con un consumo dell’olio 100% italiano che sale. Un guadagno di quote di mercato che dovremo essere bravi a consolidare.
- Le ultime due campagne olearie sono state un monito oppure, alla prima campagna olearia di carica, si tornerà alle vecchie logiche commerciali da prodotto civetta?
La situazione che stiamo vivendo sta facendo ragionare moltissimi. Secondo me molto dipenderà dalla dinamica dei consumi del secondo semestre 2024 e dalle abitudini di consumo degli italiani. Attualmente c’è il 25% della produzione nazionale nei magazzini, se le famiglie continueranno a consumare al ritmo attuale l’olio italiano si esaurirà, senza che vi siano scossoni di mercato o di prezzo. Quantomeno è quello che auspico. Personalmente, per esempio, non vedo che i condimenti siano un pericolo, perchè, come abbiamo sollecitato l’ICQRF, non si sbandieri in etichetta la presenza di extravergine e non li si mettano nello stesso scaffale dell’extravergine di oliva, tantomeno 100% italiano. Devono stare con altri condimenti e gli aceti, non tra gli oli di oliva. Comunque non credo si tornerà alle stesse dinamiche del passato. E’ certamente molto prematuro avventurarsi in previsioni ma non sono convinto che quest’anno la Spagna tornerà a super produzioni, per le condizioni climatiche pregresse e la situazione dei bacini idrici. Abbiamo quindi un po’ di tempo per lavorare sugli interventi infrastrutturali in Italia che ci rendano più competitivi. L’olivicoltura non si fa più in asciutta.
- Mi pare manchi una linea precisa di sviluppo dell’olivicoltura italiana. Non si capisce se bisogna investire in tecnologia (ammodernamento frantoi), in innovazione/agricoltura 4.0 (PNRR), in nuovi oliveti superintensivi (PSR)… Ognuno per sé e Dio per tutti?
Il problema esiste. Gran parte delle risorse sono in capo alle Regioni e ognuna fa la propria politica olivicola, se ne ha una. L’Italia non considera la strategicità del settore olivicolo, al contrario di altri competitor. Sarebbe opportuno avere una linea strategica unica per evitare il frazionamento delle misure. Questo presuppone però che lo Stato consideri strategico il settore dell’olio di oliva e al momento non ne vedo i segni.
- Alcuni marchi oleari stanno investendo in olivicoltura, affittando o comprando oliveti, anche grazie a finanziamenti pubblici. Un percorso utile o una minaccia?
Non solo grandi aziende di imbottigliamento, anche fondi di investimento stanno entrando nel settore come produttori. Lo vedo come un bene, come un segnale che il comparto ha delle potenzialità perché simili imprese non investono se non pensano di poter rientrare dell’investito e di fare utili. La scelta poi su quale modello olivicolo adottare è aziendale, una scelta imprenditoriale su cui non entro. Posso invece dire che il mondo olivicolo italiano ha bisogno di un modello di cooperazione avanzato che non pensi solo a risolvere un problema, ovvero dove frangere le olive e stoccare l’olio, ma pensi a come valorizzarlo e conquistare un mercato, ivi compresi spazi a scaffale. Questo, a parte qualche caso, non è stato fatto e occorre recuperare in fretta il terreno perduto.
- A livello internazionale l’Italia dell’olio di oliva appare isolata, con l’asse iberico-tunisino che sembra in ascesa irresistibile. Dobbiamo immaginare un futuro da comparsa per l’olivicoltura italiana?
Purtroppo in questo campo, come Stato italiano non abbiamo fatto abbastanza per essere presenti al Consiglio oleicolo internazionale. La Spagna, anche a Bruxelles, è stata più brava di noi a presidiare e occupare gli spazi. Ormai l’asse iberico-tunisino è molto chiaro e, anche grazie ai rapporti con la Spagna, la Tunisia è il Paese più evoluto del nord Africa in campo olivicolo. L’Italia non è più il più grande Paese produttore ma rimane il più grande Paese consumatore. Non possiamo permetterci di lasciare ad altri il controllo del settore. Altrimenti può succedere di tutto.
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