L'arca olearia
Le criticità commerciali per l'olio extra vergine di oliva biologico italiano
Le superfici biologiche ad olivo da olio, dall'anno 2010 all'anno 2019, sono raddoppiate ma manca valore aggiunto. Vi sono margini di crescita e potenzialità inespresse soprattutto nella fase distributiva
04 marzo 2022 | T N
L'olivicoltura biologica rappresenta in Italia la terza coltura per estensione (escludendo i prati pascoli) dopo le colture foraggere ed i cereali. Con i suoi 242.708 ha nel 2019 l'olivicoltura rappresenta il 12% di tutta la SAU biologica italiana pari ad 1.993.263 di ha.
Le superfici biologiche ad olivo da olio, dall'anno 2010 all'anno 2019, sono raddoppiate: tuttavia, come per il resto delle colture, a partire dal 2018 si rileva una fase di stabilità delle superfici: l'incremento tra il 2018 ed il 2019 delle superficie biologiche (comprese quelle in conversione) è stato del 1,5% mentre nel complesso La SAU biologica italiana è cresciuta del1,8%.
L'analisi della distribuzione per area geografica delle superfici ad olivo da olio biologico in Italia indica una concentrazione sul totale del 67,5% al Sud, del 17,1% nelle Isole (con circa il 16% in Sicilia) e del 14,1% al Centro.
Come per l'olivicoltura convenzionale (ISTAT, SPA 2016), le prime sette Regioni in termini di ettari di superficie coltivata ad olivo da olio biologico sono: Puglia (72.282), Calabria (70.981), Sicilia (38.389), Toscana (16.036), Campania (9.643), Lazio (8.921) e Umbria (6.151).

Uno studio, condotto dall' Ismea nel 2021, analizza la distribuzione del valore lungo le fasi della filiera, individuandone le principali declinazioni e articolazioni e evidenzia i margini di crescita e potenzialità inespresse soprattutto nella fase distributiva.
L’olio biologico non sfugge alle strategie della distribuzione organizzata che considerano l’olio di oliva un prodotto “civetta”, cioè un prodotto con prezzi contenuti e noto attraverso il quale attirare clienti nel punto vendita e creare una fidelizzazione. Questo fa sì che i prezzi, soprattutto del prodotto a marca del distributore siano mantenuti piuttosto bassi considerato che la certificazione biologica attesta la qualità del prodotto unitamente a quella garantita dalla label dell’insegna. Questo porta ad un trend al ribasso anche delle marche industriali, trend al quale sfuggono solamente prodotti artigianali che si differenziano soprattutto per la confezione e il formato e che sono destinati ad un consumo per occasioni o regalistica e non per consumo quotidiano. Un altro aspetto problematico nella filiera industriale è un differenziale di prezzo ridotto tra l’olio biologico 100% italiano e il blend mediterraneo, rispetto a quanto avviene nel convenzionale. In un mercato in cui l’offerta di olio biologico 100% italiano non sembra aumentare, vi è il rischio che l’aumento di domanda di prodotto biologico, che sarà spinta anche dalla nuova politica agricola comune, porti ad un aumento delle importazioni se, in questa filiera non si troveranno strumenti per aumentare la redditività della base agricola.
Nella catena del valore di tutte le filiereun peso estremamente rilevante è costituito dalla fase di commercializzazione e relativa distribuzione del prodotto. I nuovi strumenti dell’e-commerce non sembrano portare ad una riduzione sostanziale del peso di questa fase a causa dei costi d’uso dei market place che richiedono margini piuttosto elevati sul prezzo di vendita del prodotto. L’utilizzo di un e-commerce di proprietà comporta comunque investimenti per la sua gestione ed indicizzazione sul web e questo non è normalmente un canale che da solo porta a volumi di vendita significativi. A questo si aggiungono i costi della logistica, principalmente i vari trasferimenti del prodotto. Inoltre, sia la filiera corta che la filiera dei frantoi si avvalgono per la commercializzazione di agenti e grossisti che concorrono alla determinazione del costo di commercializzazione.
La filiera corta è naturalmente quella più remunerativa per l’agricoltore. È costituita da due modalità: la vendita diretta al consumatore prevalentemente attraverso e-commerce in quanto l’acquisto nel punto vendita aziendale è estremamente limitato in quanto territorio di produzione; la vendita attraverso un intermediario a negozi specializzati in Italia ed all’estero ed anche alla grande distribuzione. La prima modalità è quella che sembra avere maggiori potenzialità alla luce dell’incremento degli acquisti on line da parte del consumatore italiano dovuta soprattutto alla pandemia. Tuttavia, le analisi che vengono realizzate su questo fenomeno mostrano che i maggiori aumenti si hanno per i prodotti da supermercato poiché l’acquisto on line è comunque legato alla ricerca oltre che del servizio di risparmio sul prezzo. Questa tendenza non si adatta agli e-commerce delle aziende agricole che comunque hanno costi elevati sia di imbottigliamento che di commercializzazione. La presenza di aziende di grandi dimensioni e lo sviluppo di servizi conto terzi per le fasi di imbottigliamento e di servizi per la gestione dell’e-commerce aziendale potrebbero comunque far aumentare il
peso di questa filiera.
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