L'arca olearia

L’IMPRESA FRANTOIO HA UN NUOVO MODELLO ASSOCIAZIONISTICO MA ANCHE UNA NUOVA MISSIONE: DIVENTARE I GARANTI DEL CONSUMATORE

Senza frantoiani non può esistere olio extra vergine d’oliva. Dopo il salto culturale: da azienda basata unicamente sul servizio di molitura a impresa multifunzionale, occorre un ulteriore passo, anzi una svolta. “Vogliamo instaurare rapporti privilegiati – afferma Sodano, vice presidente Aifo – con alcuni attori della filiera, ma soprattutto con il consumatore. Per loro abbiamo un messaggio: olio extra vergine d’oliva di frantoio”

07 aprile 2007 | Alberto Grimelli

Ventidue pagine, un lungo documento per enunciare, con chiarezza le strategie future per una categoria, quella dei frantoiani, che per molti anni è stata trascurata se non bistrattata.

Una piattaforma per il rilancio del comparto di cui i frantoiani si sentono, oggi più che mai, attori a pieno titolo anche perché, come tiene a sottolineare Giampaolo Sodano, Vice Presidente Aifo “non ci può essere olio senza frantoio.”

Lo senario politico ed economico, rispetto a qualche anno fa, è sicuramente mutato. La riforma ocm olio di oliva ha portato una vera rivoluzione nel settore.
“La nuova ocm Olio d’oliva e olive da tavola – si sottolinea nel documento approvato all’unanimità dall’Assemblea Aifo di Salerno - ha definitivamente chiuso con l’approccio del passato, legato al sostegno accoppiato alla produzione e garantito a tutti gli olivicoltori, ed oggi essa tende più a garantire i comportamenti che non lo status di produttore oleario, orientando il sostegno all’incentivazione di pratiche e attività sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale e territoriale, e promuovendo innovativi sistemi di gestione delle politiche di filiera e d’approccio al mercato.”

- Lo scenario è mutato, così pure i rapporti con gli altri attori della filiera? In particolare trovo pochi cenni, nel documento, del vostro rapporto con gli olivicoltori, cambierà anch’esso?
In realtà il rapporto è già cambiato, ma non è questione di questi giorni. Sono battaglie e obiettivi dell’Aifo già da diversi anni. Il frantoio da semplice azienda con servizio di molitura sta espandendosi, diventando una vera impresa multifunzionale, che offre servizi diversi (imbottigliamento, analisi chimiche, consulenze…). Oggi abbiamo nuovi obiettivi e delineiamo, nel contempo, una nuova figura di frantoiano che si faccia garante nei confronti del consumatore, senza trascurare, ovviamente, il rapporto con gli olivicoltori che però è “istituzionale”. Ognuno dei due ha bisogno dell’altro e crediamo sia necessario rinsaldare questo legame soprattutto con gli olivicoltori che si occupano degli oliveti per professione. Sono un numero esiguo quelli con più di mille piante, il 13-15% del totale, ma a loro ci rivolgiamo perché il comparto possa applicare logiche di mercato. Non è con le produzioni da autoconsumo che l’Italia può andare molto avanti.

- Nella piattaforma per il rilancio dell’olio italiano si cita molto spesso il consumatore e la sua cultura oliandola. Cosa vogliono e possono fare i frantoiani su questo fronte?
Partrimo da un’indagnie e da un’analisi. E’ innanzitutto falso che il consumatore sia digiuno d’olio. Ha anzi una consapevolezza profonda, basata su solide fondamenta storico culturali, di ciò che è l’olio extra vergine d’oliva e lo preferisce, lo sceglie. Semmai è in imbarazzo di fronte allo scaffale, ove trova che, salvo qualche rara eccezione, è tutto extra vergine d’oliva. Ha difficoltà a distinguere tra l’olio eccellente e quello meno buono, così la scelta è basata sul fattore prezzo. I marchi di qualità e di garanzia hanno, di fatto fallito, non essendo riusciti a garantire il consumatore e spuntare prezzi più alti sul mercato. Il punto saliente è quindi saper offrire al consumatore le giuste garanzie, che si appoggino anche a quei fondamenti storico culturali a cui facevo riferimento. Noi proponiamo che siano i frantoi i garanti dei consumatori, commercializzando quelle eccellenze che sono patrimonio enogastronomico del nostro Paese. A tal scopo chiediamo l’istituzione di una nuova denominazione: olio extra vergine d’oliva di frantoio. Tale denominazione, nella nostra concezione, potrà essere utilizzata solo da aziende che possano garantire la provenienza delle olive e trasformino il prodotto, ovvero che chiudano la filiera. Solo con tale nuova denominazione si potrà effettivamente segmentare l’offerta, mettendo il consumatore nelle condizioni di scegliere consapevolmente tra un olio “industriale”, blend di oli di diversa provenienza, e un olio “artigianale” con certezza dell’origine. Con questo, tengo a sottolinearlo, non intendiamo denigrare l’olio commercializzato da confezionatori e imbottigliatori ma fare un’operazione di chiarezza e trasparenza, a tutto vantaggio dei consumatori.

- Come i frantoiani intendono rapportarsi con altri attori della filiera olio, in particolare proprio con l’industria e la grande distribuzione ma anche nei confronti degli operatori Horeca?
La strada non può essere che trovare sinergie e punti di incontro. Una collaborazione che si basi su presupposti diversi dal passato, in cui l’associazionismo era di carattere ideologico oppure fondato esclusivamente al mantenimento dello status quo. Occorre prendere atto che l’associazionismo, e i rapporti tra le associazioni, devono nascere dal mercato e operare in funzione del mercato. Ci confronteremo sempre con piacere con chiunque parta da questi presupposti, sperando così che non si ripetano gli errori del passato. L’industria ha avuto la grave responsabilità, quando esplose il boom delle vendite di extra vergine, di non aver promosso l’espansione della base produttiva nazionale preferendo adagiarsi e adeguarsi a reperire la materia prima all’estero. Occorre aver consapevolezza degli errori commessi e cercare oggi di seguire strade diverse, con attori qualificati.

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