L'arca olearia

SPECIALE “IL RISORGIMENTO DELL’OLIO ITALIANO” / 2. MONTEDORO: IL MONDO DELLA RICERCA DEVE ESSERE PROTAGONISTA, PER RISPONDERE ALLE SFIDE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Un’altra alta adesione al tavolo di filiera. Il Presidente dell’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio assicura il suo appoggio e contributo. “Siamo in una fase nuova – afferma Montedoro - la riforma dell’organizzazione comune di mercato ha rimescolato le carte, la nostra olivicoltura deve adeguarsi sotto il profilo tecnico-agronomico e tecnologico”

10 marzo 2007 | T N

“Appoggio l’iniziativa “il risorgimento dell’olio italiano” e sono felice di fornire il mio contributo, augurandomi così che il mondo della ricerca torni protagonista nella filiera olivicola olearia, lo impongono i tempi.”
Così il Prof Montedoro, docente di Tecnologie alimentari presso l’Università di Perugia e Presidente dell’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio ha espresso il suo apprezzamento per la proposta di Teatro Naturale, volta a trovare l’unitarietà della filiera.

- Prof. Montedoro, il motto di Teatro Naturale è “il risorgimento dell’olio italiano – per una nuova alleanza nella filiera olio di oliva”. Cosa ne pensa?
Credo che si tratti di una formula interessante, stimolante e azzeccata. Sebbene infatti i diversi attori che contribuiscono a formare la filiera hanno interessi diversi, alcuni obiettivi possono essere comuni, è un vantaggio per tutti che il settore sia vitale, attivo, generi reddito e sia competitivo sia nel mercato nazionale sia in quello internazionale. L’olivicoltura italiana deve scegliere, in maniera unitaria e organizzata, una strada e percorrerla. Non credo si possa prescindere dalla qualità, ma cos’è la qualità? che cosa comporta in campo, in frantoio, nelle fasi di imbottigliamento e distribuzione? Non si tratta di questioni di poco conto, perché, ancor oggi, l’Italia produce grandi quantità di olio lampante o anche di extra vergine di scadente qualità, che entra in diretta competizione con oli provenienti dalla Spagna, dalla Tunisia e dal Marocco, e presto anche dal Cile, dall’Australia, che hanno costi di produzione ben inferiori rispetto ai nostri. Gli oli italiani devono quindi distinguersi, esistono i marchi di qualità ma non possono essere l’unica discriminante, specie sui mercati internazionali, occorre sapere e conoscere i desiderata del consumatore così da rispondervi nella maniera compiuta e puntuale. In quest’ottica il contributo del mondo della ricerca diventa fondamentale.

- Perché, nonostante l’indubbia importanza del mondo accademico e scientifico, questo è stato lasciato ai margini della filiera e lontano dai processi decisionali per molti anni?
Non ho certezze, ma posso formulare un’ipotesi. Il sistema di aiuto alla produzione che esisteva fino a pochissimi anni fa premiava le rendite di posizione. Era importante produrre molto, senza in realtà alcun vincolo tecnico agronomico o tecnologico. L’aiuto era anzi spesso il sostegno primario per gli olivicoltori, specialmente nel Sud, dove si concentra l’80-90% della produzione, ed era sufficiente a garantire un reddito decoroso. Non c’era alcun interesse né da parte della politica né da parte del mondo associazionistico, che gestivano il sistema, a cambiare approccio. La progressiva riduzione dei contributi e poi l’introduzione dei titoli, l’intensificarsi della competizione internazionale hanno fatto in modo che si scoprisse che il re era nudo. Il sistema precedente, infatti, premiava lo status quo ma senza innovazione nessun settore può svilupparsi e crescere. Occorre oggi recuperare il tempo perduto e il mondo della ricerca deve essere protagonista, rispondendo alle necessità che vengono dal mercato, dagli olivicoltori e dai frantoiani. Lo sanno gli spagnoli che investono molto più di noi in ricerca.

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