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L’OLIO EXTRA VERGINE D’OLIVA PIACE ALLA CINA. L’EXPORT ITALIANO CRESCE A RITMI VERTIGINOSI E SI APRONO MOLTE OPPORTUNITA’. OCCORRE TUTTAVIA UNA STRATEGIA PRECISA

L’imponente crescita economica cinese sta portando alla nascita di una classe benestante. Persone a cui piace l’italian style, che adorano la moda e il mobilio italiano. Che riflessi ha questo sul comparto agroalimentare? Come il sistema distributivo cinese può promuovere il made in Italy e l’olio in particolare?

10 febbraio 2007 | Alberto Grimelli

E’ boom dell’export agricolo-alimentare in Estremo Oriente. In Cina i prodotti della nostra agricoltura evidenziano un aumento del 51 per cento. Una percentuale quasi doppiata dai prodotti alimentari trasformati (più 94,5 per cento).
A far crescere il nostro flusso esportativo sono stati, in particolare, i prodotti tipici, con il vino in testa, seguito dai formaggi e dall’ortofrutta, ma anche, naturalmente, l’olio extra vergine d’oliva che nel 2005 ha registrato un aumento del 137,24% rispetto all’anno precedente.

“In Cina vi è un consumo enorme di oli vegetali – afferma Giampaolo Sodano, titolare del Frantoio della Tuscia (VT), recentemente rientrato da un lungo tour nel Regno di Mezzo – basti pensare che è normale trovare nei supermercati confezioni da dieci litri di olio di semi. L’extra vergine, al momento, non lo conoscono ma inizia a concentrarsi su questo prodotto una lodevole attenzione, anche da parte delle autorità.”

La salute e ogni valutazione di carattere nutraceutico ha molto valore in Cina, c’è molta sensibilità su questi temi e proprio usando questi argomenti l’olio extra vergine può sfondare, conquistando il mercato cinese. La classe dirigente, i nuovi ricchi si elevano dalla massa anche attraverso un diverso regime dietetico, sono infatti sensibili alla diversità gastronomica, si avvicinano curiosi a nuovi piatti o ad altre tradizioni culinarie.

“Considerando la crescita economica cinese e l’exploit della nuova classe benestante – continua Sodano – le opportunità sono notevoli, anche se l’agroalimentare italiano si scontra oggi soprattutto con difficoltà distributive. Francia, Germania e Usa sono ben rappresentate, le loro catene di GD/GDO sono diffuse in maniera capillare, almeno nei grandi centri urbani e ovviamente prestano molta attenzione a promuovere le loro produzioni nazionali. Ho visto molto vino francese, champagne a go go, così anche altre specialità d’oltralpe. Oggi l’Italia, purtroppo, è decisamente sottorappresentata.”

Una sensazione diffusa. L’italian style appare confinato alla moda, al vestiario, agli accessori, al mobilio, alle auto, beni di lusso. Non siamo invece riusciti a legare l’agroalimentare a questo trend, altrimenti, probabilmente, le cifre sarebbero state anche ben diverse. Oggi occorre partire da zero o quasi, con una nuova strategia, tenendo conto delle difficoltà ma anche delle elevate potenzialità del mercato cinese.

“Non dobbiamo partire dal presupposto di conquistare questo mercato, sarebbe un proposito velleitario e poco attuabile – conclude Sodano – possiamo certo esportare qui molta della nostra produzione di alta e altissima qualità. Dobbiamo inizialmente puntare sugli aspetti salutistici, con campagne istituzionali, parlando ai medici e facendo fare quindi divulgazione a loro. Ci sono ottime possibilità di esportare qui anche una vera cultura dell’olio. Commercialmente invece sarà necessario, visto che le porte della GD/GDO ci sono di fatto preluse, passare attraverso la ristorazione o creare cash&carry altamente specializzati con prodotti di lusso, che possano cioè accontentare le esigenze della classe ricca della popolazione che sta diventando sempre più numerosa. Ovviamente, per far questo, occorrerà anche legare l’olio extra vergine alla moda, a prodotti che oggi trainano le nostre esportazioni nel Regno di Mezzo. Un’operazione che si può attuare soltanto grazie a serie e incisive politiche comunicazionali a livello istituzionale. Occorre, per affrontare lo sterminato mercato cinese, fare sistema, al pari di quanto già fatto da molti altri Paesi dell’Unione europea.”

Preoccupazione sullo stato competitivo del nostro Paese è stata espressa anche nel corso di una recentissima giornata di studio organizzata dall'Accademia dei Georgofili, nel corso della quale è stata evidenziata la necessità di un maggiore impegno nella presenza delle imprese italiane in Cina, auspicando un coordinamento nazionale per una maggiore azione a carattere culturale oltre che strettamente commerciale.

"I cinesi considerano soprattutto l'olio toscano e quello umbro un prodotto di alta qualità, ma questo non vuol dire che il futuro riservi gli stessi indici di soddisfazione - afferma Patrizia Tambosso, docente di marketing - Infatti, la politica agricola di Pechino punta all'autosufficienza. Nel giro di cinque anni, si avrà la prima produzione degli oliveti che sono stati impiantati e quindi il tempo stringe. Gli spagnoli inoltre stanno già invadendo il mercato cinese con il loro olio e stanno dettando la politica dei prezzi, anche se finora il prodotto che viene esportato è in genere quello di minore qualità e con un costo più basso".

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