L'arca olearia

E’ TUTTA COLPA TUA. IL SETTORE OLEARIO DEL NOSTRO PAESE E’ INCAPACE DI FARE LOBBY. COSI’ VINCONO GLI SPECULATORI

Il prezzo dell’olio crolla, la redditività è ai minimi storici. Anziché fare quadrato ci si scaglia l’un contro l’altro armati. Non si dialoga, si litiga. Non ci si confronta, ci si insulta. Così, però, si favorisce il compito a mercanti affaristi che sfruttano i contrasti

19 novembre 2005 | T N

Se non c’è dialogo il settore non può crescere, lo crescente stato di tensione tra i vari attori della filiera olivicola danneggia tutti allo stesso modo.
Così non ci ha stupito la lettera del Sig Enrico, del Podere Giovanni, così ci ha sorpreso ancor meno la piccata e piccante risposta del Sig. Carlotti, responsabile qualità della cooperativa Terre dell’Etruria.

Se da una parte l’olivicoltore accusa il frantoiano di ritirare l’olio a prezzi troppo bassi, ai limiti della sopravvivenza, dall’altra il frantoiano accusa l’olivicoltore di operare una politica commerciale miope e poco assennata, svendendo, in taluni casi, il prodotto, non valorizzandolo a sufficienza in altri.
Settimana scorsa abbiamo ascoltato le ragioni di un olivicoltore, ora la parola al frantoiano (Carlotti, Terre dell’Etruria):

Credo che i maggiori danni (ndr a livello commerciale) siano stati fatti e tutt'ora siano provocati dai produttori che, spinti dalla paura di rimanere con il prodotto in mano, si affacciano al libero mercato e pur di vendere accettano prezzi bassissimi, innescando una spirale di discesa delle quotazioni che difficilmente si può arrestare.

Mi si dice ma cosa vuoi che siano pochi quintali di olio venduiti a poco prezzo! In realtà non si tratta di quote così esigue di prodotto in quanto a quanto venduto sottocosto dall’olivicoltore andrebbero sommate le vendite effettuate dai raccoglitori (ancor oggi pagati spesso in olio) a prezzi molto bassi, talora fuori mercato.

Se a tutto ciò ci si aggiunge anche il produttore che vende il prodotto in azienda a 6 euro al kg quando cedendolo alla cooperativa sconterebbe un prezzo quasi uguale, mi resta difficile capire come sia possibile programmare strategie di mercato che abbiamo un ritorno sulla filiera.

Chi ben conosce il settore oleario del nostro Paese sa bene che non si tratta di considerazioni capziose, tendenziose o ingannevoli.
Spesso infatti l’olivicoltore non ha alcuna strategia o politica commerciale, è una folle banderuola, che bada non tanto al profitto (quanti considerano effettivamente tutte le voci di costo, quanti fanno un bilancio aziendale?) quanto alla cassa, alla disponibilità di soldi liquidi. Si pensa a campare, non a generare utili.
Non è questione di forma, ma di sostanza. Gli olivicoltori non ragionano ancora, molto spesso, da imprenditori ma da contadini.

Anche i frantoiani non sono tuttavia privi di colpe.
Le condizioni di conferimento dell’olio raramente sono chiare e definite ad inizio della campagna e, in taluni casi, si scopre solo dopo qualche mese che il prezzo offerto è al di sotto delle aspettative. Che fare a quel punto? L’olivicoltore si trova costretto a dover buttar giù un boccone molto amaro.
I frantoiani sono gli attori della filiera che dispongono fisicamente della maggior parte dell’olio prodotto durante la stagione. Sarebbe sufficiente un patto di sindacato, un gentelment agreement per evitare tracolli dei prezzi. Se tale politica è effettivamente impraticabile a livello nazionale, sarebbe invece assolutamente fattibile a livello locale, in particolare là dove esiste una denominazione d’origine. Inutile dire che, salvo qualche raro caso, così non è e la guerra dei prezzi continua.
Se è impossibile fare quadrato all’interno di una singola categoria, che speranze vi sono di accordi più vasti, di filiera magari?

Il settore olivicolo del nostro Paese è incapace di fare lobby, perché, in primis, olivicoltori, frantoiani, confezionatori non si sentono parte di un’unica realtà, non c’è dialogo, ma solo scontri e contrasti.
Una situazione di cui si avvantaggiano speculatori e affaristi.
Anche così nascono le crisi di mercato.

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