L'arca olearia
Oli aromatizzati. La risposta del Coi: se ne occupino i singoli stati
Al termine del viaggio negli Usa il direttore esecutivo Barjol torna sulla questione degli oli aromatizzati, conferma la ricostruzione di Teatro Naturale e se ne lava le mani, perchè il mercato per questi prodotti è ancora molto piccolo
16 luglio 2014 | T N
In una nota datata 7 luglio il segretariato generale del Consiglio oleicolo internazionale ricostruisce la storia e la vicenda che ha portato il Coi non volersi occupare di oli aromatizzati.
Di fatto si narra, con qualche particolare in più, quanto già anticipato da Teatro Naturale (L'industria olearia americana vince la partita degli oli aromatizzati)
Non sarebbe stato necessario, quindi, tornarci su, se ne non che, alcuni di questi particolari, sono decisamente interessanti e meritevoli di considerazione e approfondimento.
La questione è stata affrontata dal Coi a partire dal febbraio 2014 e aperta anche ai paesi non membri del Coi. Il segretariato generale ha però ricevuto poche osservazioni scritte, quasi a giustificare un mancato interesse sul tema. Non è specificato, però, né il numero né la provenienza di questi commenti, almeno uno dei quali, a quanto ci risulta, proveniva certamente dagli Usa.
La ricostruzione pone poi l'accento e si sofferma sulla posizione del presidente del Comitato consultivo che afferma che la questione dell'etichettatura degli oli aromatizzati non è ancora un problema poiché i volumi sono bassi. Viene però ammesso che ogni paese ha proprie regolamentazioni, alcune delle quali, definite “più flessibili”, permettono l'uso dei termini olio di oliva o extra vergine d'oliva. La discussione seguente traccia un quadro abbastanza chiaro della confusione normativa. In alcuni paesi tali oli sono banditi, in altri vengono definiti condimenti. Ci si adegua, insomma, alla regolamentazione vigente in ciascun paese. Una discussione articolata che sarebbe stata meritevole forse di ulteriori approfondimenti. La presidenza, su suggerimento del direttore esecutivo, però, ha semplicemente invitato ciascun paese a dotarsi di una propria regolamentazione che impedisca l'uso dei termini olio di oliva o olio extra vergine in associazione agli oli aromatizzati.
Una posizione poi fatta propria anche dal Consiglio del Coi che, evidentemente, preso anche da impegni più pressanti come la scelta del nuovo direttore esecutivo (l'incarico di Barjol scade a fine anno), ha preferito scaricare ogni responsabilità sui singoli stati.
La formula trovata dal segretariato generale, che redige gli atti, è però quantomai ambigua: “cosequently, the Council reccomends its members to take whatever steps they consider necessary for such preparations to be labelled properly in line with existing and future regulations” (conseguentemente, il Consiglio raccomanda i suoi membri di prendere ogni misura consideri necessaria per questo generi di prodotti in ordine alla loro etichettatura in linea con la regolamentazione presente e futura).
Una regolamentazione vigente non c'è. E quale regolamentazione futura se il Coi ha deciso di lavarsene le mani, abdicando quindi al suo ruolo di armonizzazione della normativa, lasciando che siano i singoli stati membri a emanare proprie norme?
Forse ci si riferisce al regolamento comunitario 1169/2011 che inizierà a essere applicato dal 13 dicembre 2014. Il regolamento in questione, vigente in tutta l'Unione europea, prevede che siano indicati tutti gli ingredienti di ogni prodotto alimentare. Non citare olio di oliva o olio extra vergine d'oliva, come vorrebbe il Coi, significherebbe quindi violare la normativa Ue. L'escamotage di indicare le olive, al posto dell'olio, potrebbe essere considerato messaggio ingannevole poiché, all'interno della confezione, non ci sono le olive ma solo la parte oleosa (l'olio) del frutto. Sarebbe un po' come utilizzare il generico termine zucchero anziché glucosio, saccarosio o fruttosio.
Insomma, ne è venuto fuori un gran bel pasticcio.
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