L'arca olearia
L'olio artigianale è sugli scaffali e i frantoiani pianificano la prossima mossa
In due catene di supermercati si può acquistare l'olio artigianale prodotto dai frantoi artigiani d'Italia ma l'ambizione è conquistare i mercati esteri. “Ma il settore va ammodernato e ristrutturato - come ci spiega Piero Gonnelli, presidente Aifo – non sarei onesto se non riconoscessi che esiste un problema di sopravvivenza per gli impianti che moliscono meno di 3000 quintali all'anno”
06 giugno 2014 | Alberto Grimelli
L'olio artigianale esiste e si può persino comprare.
Dove? Presso la catena SuperElite a Roma e presso i supermarket Rossetto a Verona.
“Si tratta dei primi passi mossi in ambito commerciale dal Consorzio – commenta Stefano Caroli, Presidente di Confadi (Consorzio dei frantoi artigiani d'Italia) – i primi risultati sono entusiasmanti. SuperElite ci ha già chiesto la disponibilità ad allargare l'offerta a più dei 10 punti vendita dove oggi è presente lo scaffale. I primi ordinativi di Rossetto sono molto interessanti. C'è un'attenzione e un'interesse che vogliamo coltivare. Confadi sarà presente il 9 giugno alla manifestazione Solstizio d'Estate a Roma. Abbiamo anche lanciato una campagna promozionale sul Corriere della Sera per pubblicizzare il nuovo scaffale dell'olio artigianale.”
Insomma il Consorzio sta concentrando tutta la sua attenzione sul mercato nazionale? “Non è così - continua Caroli – i nostri obiettivi vanno ben oltre. Attualmente abbiamo trattative aperte con una catena di supermercati brasiliani e poi parteciperemo a una manifestazione in Sud Africa dove abbiamo scoperto una sorprendente sensibilità per il tema del cibo artigianale.”
Allora i frantoi italiani hanno risolto i propri problemi? A risponderci è Piero Gonnelli, presidente dell'Associazione italiana frantoiani oleari (Aifo): “abbiamo avviato un percorso ma il settore va ammodernato e ristrutturato, non sarei onesto se non riconoscessi che esiste un problema di sopravvivenza per gli impianti che moliscono meno di 3000 quintali all'anno.”
- Ma piccolo non è bello?
Tutto dipende dal ruolo che vogliamo che i frantoi assolvano nel futuro. Nel corso dell'assemblea del 13 e 14 giugno intendiamo lanciare una nostra nuova proposta programmatica: ristrutturiamo e ammoderniamo il sistema delle nostre imprese, affidiamo alle imprese olearie artigiane il compito di produrre e garantire un cibo nutriente e sano e contemporaneamente di proteggere e dare valore alla straordinaria biodiversità dell’olivicoltura italiana, riconoscendogli anche il ruolo e la funzione di produttori di materie prime per l’energia. Per assolvere a questi compiti occorre essere sufficientemente grandi e strutturati.
- Quanto grandi?
La prossima sfida sarà inevitabilmente sui sottoprodotti. Siamo l'unico comparto che per produrre 300 quintali di cibo, cioè l'olio, produce 3000 quintali di sottoprodotti. Così non va, o impariamo a valorizzarli o rischiamo di soccombere di fronte all'aumento della sensibilità ambientale.
- Non ha però risposto alla domanda
Se l'obiettivo è valorizzare i sottoprodotti credo sia difficile pensare a un'unità produttiva, singola o consorziata, che franga meno di 10-12 mila quintali di olive a stagione.
- Al di sotto di questa soglia i frantoi dovranno chiudere?
Non necessariamente, potrebbero consorziarsi. Sul tema abbiamo istituito due commissioni, una legislativa e una ambientale. Da queste commissioni ci aspettiamo l'indicazione di un percorso. E' indubbio che la legislazione va aggiornata, imbrigliata com'è da retaggi di epoche passate. E' indubbio che bisogna trovare strade tecnologiche che permettano a tutte le nostre imprese di poter valorizzare i propri sottoprodotti.
- Tecnologia mi suona tanto come spese e costi, investimenti che possono essere difficili in un momento di crisi
L’obbiettivo dell’assemblea dei frantoiani è quello di formulare una serie organica di proposte e progetti da sottoporre al Ministro Martina e di arrivare a presentare una proposta di legge che, per le misure finanziarie e per le norme che contiene, possa contribuire all’ammodernamento del sistema delle imprese olearie del nostro paese.
- Ma, insomma, i frantoiani italiani cosa vogliono fare da grandi?
Semplicemente reimpossessarci di quella centralità nella filiera e nella società. Per farlo dobbiamo rispondere alle necessità attuali: produrre cibo sano, arrivare a essere imprese a impatto zero, contribuire allo sviluppo culturale del nostro paese.
- Sviluppo culturale?
I frantoi sono centri di aggregazione per antonomasia. Ci sono centinaia di migliaia di olivicoltori che, tutti gli anni, vengono da noi, con le loro storie, i loro valori, la loro umanità. E poi dobbiamo aprirci anche noi un po' di più, con programmi didattici per le scuole, per esempio.
- La categoria è pronta a questa rivoluzione?
Nell’arco degli ultimi cinque anni l’Aifo ha visto raddoppiare le domande di adesione pervenute alla sede come ha visto nascere nuove realtà associative regionali, testimonianza di una crescente adesione delle aziende frantoiane alle scelte politiche e ai progetti che abbiamo portato avanti.
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