L'arca olearia

Dove vendere il proprio extra vergine d'oliva? Meglio mercati maturi o emergenti?

Chi per la crisi, chi per i prezzi. Si è consumato meno olio d'oliva negli Stati Uniti l'anno passato, con la Turchia che è riuscita a decuplicare il proprio export. In India la crescita dei consumi è drammaticamente rallentata da aprile a settembre 2013

15 gennaio 2014 | R. T.

Fermo restando la stagnazione dei consumi nazionali e le difficoltà su quelli europei, anche i piccoli olivicoltori e frantoiani stanno pensando a un export verso mercati più lontani, spesso dipinti come occasioni imperdibili di business.
In realtà, oggi, la situazione è decisamente complessa ed entrare in tali mercati potrebbe risultare ancor più difficile di quanto normalmente non sia a causa di una contrazione dei consumi.

Negli Stati Uniti la diminuzione è stata del 6% nel periodo ottobre 2012-settembre 2013, se confrontata con pari periodo dell'anno precedente. Per la prima volta dal 1995-96 si assiste a un sensibile calo dei consumi, con un volume totale inferiore alle 300 mila tonnellate. Sono infatti state 298.828 le tonnellate arrivate negli Usa, con la quota di mercato dell'Unione europea che si è ridotta dall'81 al 71%. Secondo il Consiglio oleicolo internazionale, gli importatori statunitensi hanno cercato altre fonti di approvvigionamento visto la bassa produzione spagnola. Ad approfittarne non è stata però l'Italia passata da 155 mila tonnellate a 145 mila tonnellate esportate. Al contrario si assiste a una marcia progressiva della Grecia passata da 5500 a 7500 tonnellate.
I consumi di olio d'oliva negli Stati Uniti si sono ridotti, con la quota di mercato della Spagna passata in un anno dal 29 al 19%, ma alcuni paesi hanno saputo approfittarne. E' il caso della Turchia che nel 2013 ha esportato 28 mila tonnellate, contro le 3.152 dell'anno precedente. Un bell'incremento anche ricordando che il suo record storico fu di 8 mila tonnellate nel 2009/10.
Crescite modeste per il Marocco e export stabile per la Tunisia. Crollo invece dell'export australiano, passato da 1985 tonnellate a poco più di 200 tonnellate.


Gli Stati Uniti non sono ancora un mercato oleario considerabile come maturo. Vi è ancora molto spazio per la crescita dell'extra vergine, fermo al 64% del mercato. E' però da notare che, all'interno della categoria extra, il 10% è riservato agli oli biologici, segno evidente di una ricerca della qualità, tipica di un mercato maturo. Mandare quindi negli Usa, come troppo spesso accade, extra vergini di bassa qualità può rivelarsi controproducente nel medio-lungo periodo, con un consumatore che sta evolvendo e si sta acculturando molto in fretta.

Prototipo di un mercato emergente è certamente l'India. I volumi sono, per ora, estremamente ridotti ma con un grande potenzialità di crescita. Nella prima metà dell'anno fiscale indiano le importazioni di olio d'oliva sono state di 5650 tonnellate, in crescita rispetto alle 5073 tonnellate dell'anno precedente. Nel primo quadrimestre fiscale (aprile-giugno) la crescita è stata dell'11%, nel secondo quadrimestre (giugno-settembre) del 25%. Crescite significative ma anche significativamente ridotte rispetto ai tassi di crescita medi del 66% degli anni precedenti.
A dominare il mercato la Spagna con il 59%, seguita dall'Italia, 33%, e dalle Grecia col 5%.
Gran parte del rallentamento della crescita è dovuta ad un aumento dei prezzi dell'olio d'oliva fino al 40% dal gennaio 2013. Se a questi aumenti aggiungiamo il deprezzamento della rupia, la moneta locale, e il rallentamento del tasso di crescita dell'economia indiana, eccoci spiegata la frenata del mercato dell'olio d'oliva.
In un mercato emergente il fattore prezzo è determinante, tanto che Dalmia, leader industriale oleario indiano, auspica una riduzione dei prezzi dell'olio per la presente campagna olearia in Europa che possa riflettersi, in pochi mesi, anche in un calo dei prezzi di vendita al dettaglio in India.

Studiare i mercati lontani non solo fornisce utili indicazioni rispetto ai potenziali sbocchi commerciali ma anche alle pressioni sulle dinamiche delle quotazioni che possono essere esercitate dai paesi partner.

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