L'arca olearia

Crisi dei prezzi per l'olio d'oliva: c'è una luce in fondo al tunnel

Ottimismo solo per l'extra vergine italiano che è sottostimato ma le quotazioni non sono destinate a salire così presto. Non è solo la crisi a mordere, vi sono anche problemi strutturali che coinvolgono tutto il bacino del Mediterraneo

03 marzo 2012 | Alberto Grimelli, Marcello Scoccia

I prezzi e le quotazioni dell'extra vergine e del vergine d'oliva sono ai minimi storici in tutti i Paesi.

Sotto i due euro al chilogrammo in Spagna e Tunisia, appena sopra in Grecia, a 2,40 in Italia. Questo secondo i dati del Borsino dell'olio di Teatro Naturale. Attingendo da altre fonti la situazione appare ancor più drammatica. Secondo il Coi, a gennaio 2012, le quotazioni erano di 1,74 euro/kg in Spagna, 1,84 euro/kg in Grecia e 2,35 in Italia.

Il crollo delle quotazioni durante questa campagna olearia ha richiesto l'intervento dell'Unione europea per ben due volte in pochi mesi, attivando le misure d'urgenza dell'ammasso privato, al momento senza sensibili effetti sul mercato.

Per contrastare, con strumenti efficaci, il fenomeno occorre capirne l'origine e la dinamica, i fattori scatenanti e le problematiche strutturali. Non esiste un'unica e sola spiegazione, ma una serie di concause che hanno operato contemporaneamente e sinergicamente.

Tra i nodi strutturali c'è sicuramente da segnalare l'ormai acclarata overcapacity del sistema oleario internazionale. Si produce sempre di più di quello che si consuma. Ne risultano giacenze sempre più elevate che, secondo il Coi, potrebbero arrivare quest'anno al 25% della produzione mondiale.

La sovraproduzione è però una problematica che si trascina da molti anni e, fino ad oggi, il comparto oleario sembrava aver sviluppato gli anticorpi per potervi reagire, soprattutto cercando di aprire nuovi mercati e quindi nuovi sbocchi di consumo.

La crisi economica ha però acuito il problema, contraendo le stime di crescita dei consumi, in particolare nei paesi produttori e tradizionalmente maggiori consumatori di olio d'oliva.

Il credit crunch e le varie difficoltà finanziarie legate allo scenario globale hanno anche ridotto l'attività speculativa sull'olio d'oliva. I grandi mediatori, commercianti e speculatori hanno sensibilmente la loro attività. Ciò ha provocato una riduzione degli scambi e la stagnazione del mercato che, alla lunga, può provocare una riduzione dei prezzi.

Un ruolo sempre più attivo lo stanno anche giocando alcuni nuovi attori: Tunisia, Turchia e Siria in primis. Questi Paesi stanno infatti sempre più proponendosi direttamente sui mercati mondiali, con brand propri, a prezzi molto concorrenziali, accaparrandosi quote di mercato.

Il regolamento europeo sull'etichettatura d'origine obbligatoria ha infatti portato le industrie e i grandi marchi a scelte imprenditoriali improntate sul maggiore utilizzo di olio comunitario. Una decisione anche basata sulla sensibilità dell'opinione pubblica. Vi è così stato un calo delle importazioni da paesi extracomunitari, prima di tutto Turchia e Siria, a favore di quelle dalla Spagna. L'aumento delle importazioni dalla Tunisia, sempre più partner strategico per l'Italia oliandola, non ha comunque compensato il mancato approvvigionamento da altri paesi fuori dall'Unione europea. Una situazione che ha obbligato alcuni paesi extracomunitari a “far da sè”, avviando, negli ultimi due-tre anni, massicce campagne promozionali ad ampio raggio, dagli Usa al Sud America, alla Cina e India.

Le prospettive per i prossimi mesi non sono quindi delle più rosee, anche perchè i nodi strutturali non sono ancora stati affrontati e la crisi economica globale non allenterà la presa.

Una speranza è legata alle prime previsioni sulla prossima campagna. Si tratta di ipotesi, più che di dati concreti, ma la sensazione è che si tratterà di un'annata più povera delle precedenti e questo potrebbe generare una ripresa delle quotazioni.

Guardando poi specificatamente all'Italia, la discesa delle quotazioni del 40% in pochi mesi, contro un calo del 20% in Grecia e in Spagna, è poco giustificabile e spiegabile. La campagna olearia in Puglia, tradizionale bacino di approvvigionamento per l'industria e i grandi marchi, è stata molto buona ma l'aumento dei volumi disponibili non può comunque spiegare, da sola, una diminuzione così sensibile. Anche per l'Italia vale il calo sensibile dell'attività da parte di mediatori e commercianti che, così, non hanno smosso il mercato in un periodo particolarmente difficile.

Storicamente, tuttavia, la differenza tra l'extra vergine italiano e quello spagnolo è di 0,60/1 euro/kg, mentre tra quello italiano e greco è di 0,4/0,6 euro/kg. Oggi siamo sotto tali valori soglia e questo fa presupporre che la quotazione dell'extra vergine italiano non possa rimanere stabile a 2,30/2,40 euro/kg a lungo, posizionandosi invece tra i 2,50 e i 3 euro/kg.

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