L'arca olearia
Lo stile alimentare Mc Donald’s e l'olivicoltura super intensiva
Olivicoltura tradizionale, intensiva o superintensiva? Quale può essere la strada maestra per far vincere l’Italia dell’olivo e dell’olio? Solo superando la visione puramente economicista c’è la possibilità di tracciare nuovi percorsi? Il dibattito prende corpo e si nutre di nuovi interventi
30 aprile 2011 | Pasquale Di Lena
Sempre più mi ritrovo a guardare la realtà con la passione di chi ama la sua terra e vede il mondo precipitare sotto le spinte dei puri e semplici calcoli economici che non permettono di allargare lo sguardo a nuovi orizzonti possibili, necessari, oltretutto, per salvaguardare e tutelare la biodiversità e i patrimoni del tempo che rendono vivi e intensi di valori i nostri territori.
Solo se si supera la visione puramente economicista c’è la possibilità di tracciare nuovi percorsi e di dar vita a una svolta che porta a raggiungere obiettivi sorprendenti, prima di tutto quello di ristabilire la pace con la natura e il pianeta, che ha il significato del riconoscimento e rispetto della nostra identità e, poi, di dare vita a processi nuovi, virtuosi, e, come tali, opposti alla cultura del consumismo e dello spreco.
Una premessa necessaria per me che voglio esprimere tutte le preoccupazioni possibili di fronte all’idea, in Italia, di una olivicoltura superintensiva che avrebbe il significato di cancellare o di ridurre a poca cosa un patrimonio unico di biodiversità, una storia e una cultura e, insieme, perdere la grande opportunità di utilizzare il valore enorme del paesaggio e delle tradizioni legate all’olivo.
Nel merito della questione. Come è stato già detto l’olivicoltura mondiale, sotto la pressione e lo strapotere della Spagna, ha fatto registrare, con la diffusione di nuovi impianti superintensivi, mutamenti profondi nel campo delle tecniche colturali, delle rese produttive e dei costi di produzione e, anche, della qualità dell’olio.
Una corsa che ha portato, sulla spinta dei successi dell’immagine dell’olio quale fonte di buona e corretta alimentazione, di salute, a superare i confini del Mediterraneo per interessare nuovi mondi e nuovi Paesi, con il risultato di una olivicoltura superintensiva, caratterizzata da poche varietà, quasi tutte, se non tutte, spagnole, che ha già messo le ali ai processi di omologazione della qualità nella ricerca della maggiore quantità.
Una olivicoltura che non contempla e, quindi, non considera, il valore della storia e della cultura, del paesaggio e dell’ambiente, delle tradizioni, cioè delle risorse che danno un volto e un’anima al territorio e lo rendono fonte di qualità e di bellezza. Come tale non compatibile con le caratteristiche e le peculiarità dei nostri territori, che già oggi danno oltre 350 tipologie di olio e il primato delle Dop (39), al quale si affianca l’unica Igp riservata all’olio extra vergine di oliva “Toscano”.
Processi che guardano solo alla quantità e, come tali, rischiano di dare un colpo decisivo alla realtà della olivicoltura italiana, che, grazie al suo ricco patrimonio di biodiversità, espresso da oltre 500 varietà autoctone, ha, insieme, il carattere della qualità e della diversità e, come tale, della tipicità.
Una olivicoltura, la superintensiva, che andrebbe a sostituirsi alla olivicoltura classica, quella che per millenni ha dato vita e impresso paesaggi e ambienti unici, nel nostro Paese e nel Mediterraneo, proprio nel momento in cui:
- cresce il numero dei consumatori che scelgono il meglio e non vogliono sentirsi omologati;
- vive, soprattutto nei nuovi consumatori, la scelta della sobrietà che, come si sa, ha uno stretto rapporto con la qualità;
- l’ambiente e il paesaggio cominciano ad essere considerati e, in alcuni casi, perfino quotati, insieme alla storia e alla cultura, e possono dare un significativo valore aggiunto, al pari delle tradizioni;
- si comincia a scegliere, così com’è già successo per il vino, il testimone di un territorio prima ancora del prodotto;
- ha un grande significato la qualità e, per avere diverse sensazioni ed esprimere adeguati e corretti abbinamenti con le pietanze, la possibilità di scegliere la diversità.
Un insieme di valori propri della nostra olivicoltura, inimitabili, che non si possono perdere e perché ciò non succeda hanno bisogno di essere comunicati e, possibilmente, espressi con l’assaggio, per conquistare il consumatore, soprattutto quello più esigente e più abbiente.
Sta qui la necessità e l’urgenza di dotare la nostra olivicoltura di una strategia di comunicazione in grado di dare al marketing quei caratteri distintivi della nostra olivicoltura e dei nostri oli extra vergine di oliva, sapendo che essi sono i soli possibili per renderli vincenti su un mercato aperto alla offerta della qualità e della tipicità.
Le potenzialità da poter esprimere in questo campo sono enormi, si tratta solo di cogliere al volo questa grande opportunità, prima che gli spazi vengano occupati dalla appiattita e, come tale, scadente qualità che non si addice a un prodotto, l’olio extra vergine di oliva, di grande attualità e modernità.
Una strategia che ha bisogno di strutture, strumenti e programmi e, ancora, di continuità e di professionalità, di forte aggregazione dei produttori e intenso dialogo tra questi e le istituzioni pubbliche.
Una necessità per poter superare positivamente una crisi che rischia di diventare strutturale e di portare la nostra olivicoltura, soprattutto quella delle aree interne, al completo abbandono.
Ma basta riflettere per pensare e trovare le soluzioni adeguate e trasformare in positivo gli stimoli che vengono da realtà concorrenti.
Chiudo ricordando un incontro molto affollato, non ricordo se a Siena o a Roma, sull’agroalimentare, in particolare il sospiro di meraviglia suscitato in quelli che mi ascoltavano quando ho detto “sono grato a Mc Donald’s, la più grande catena di distribuzione di pietanze. Grato perché la miseria della sua proposta farà scoprire i valori di bontà e di gusto della nostra cucina”. A distanza di pochi anni ho capito che avevo detto una cosa giusta.
pasqualedilena@gmail.com

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