Bio e Natura
Foreste e clima, una stagione vegetativa più lunga non significa più carbonio assorbito dagli alberi
Uno studio internazionale pubblicato su Science, con la partecipazione del CNR-IRET, dimostra che l’accumulo di carbonio dipende soprattutto dalla velocità di formazione del legno e dalla disponibilità d’acqua. Temperature elevate e siccità possono annullare i benefici di una stagione vegetativa più lunga
28 ottobre 2026 | 12:00 | C. S.
Il cambiamento climatico prolunga la stagione vegetativa in molte aree dell’emisfero settentrionale, ma questo non significa necessariamente che gli alberi crescano di più e assorbano maggiori quantità di anidride carbonica. A evidenziarlo è uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Science, al quale ha partecipato l’Istituto per lo studio degli ecosistemi terrestri del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IRET).
La ricerca ha analizzato la crescita di diverse specie di conifere in siti di monitoraggio distribuiti tra Europa, Nord America e Asia, lungo un ampio gradiente climatico che comprende foreste boreali ed ecosistemi semiaridi.
Il ruolo della formazione del legno
Gli scienziati hanno studiato la produzione di nuove cellule dello xilema, il tessuto che costituisce gran parte del legno e che determina l’accrescimento del fusto e l’accumulo di carbonio nella biomassa. I risultati indicano che la quantità di legno prodotta dipende soprattutto dalla velocità di formazione delle cellule, più che dalla durata della stagione vegetativa.
L’aumento delle temperature può anticipare l’inizio della crescita primaverile o posticiparne la conclusione in autunno. Tuttavia, se il caldo diventa eccessivo e la disponibilità d’acqua diminuisce, la produzione di nuove cellule rallenta, riducendo o annullando i benefici del periodo di crescita più lungo.
Tra gli autori dello studio figurano Alessio Giovannelli del CNR-IRET, J. Julio Camarero dell’Istituto Pirenaico di Ecologia del Consiglio superiore della ricerca scientifica spagnolo, Sergio Rossi dell’Université du Québec à Chicoutimi e Davide Frank dell’Università dell’Arizona.
La temperatura ottimale e il rischio siccità
Secondo lo studio, il tasso di produzione delle cellule del legno raggiunge i valori massimi in corrispondenza di una temperatura media annua intorno ai 6 °C, per poi diminuire progressivamente a temperature superiori. Un andamento riconducibile soprattutto al deficit idrico e alla siccità, che limitano l’attività vegetativa degli alberi.
La disponibilità d’acqua diventa quindi un fattore determinante per comprendere la risposta delle foreste al riscaldamento globale. Non basta sapere per quanto tempo gli alberi possono crescere: occorre valutare anche la rapidità con cui producono legno e le condizioni ambientali nelle quali avviene questo processo.
Rischio di sovrastimare il sequestro di carbonio
I risultati hanno importanti implicazioni per i modelli climatici utilizzati per stimare il contributo delle foreste alla mitigazione del cambiamento climatico. Molte proiezioni considerano infatti il prolungamento della stagione vegetativa come un possibile fattore di aumento della crescita degli alberi e del sequestro di carbonio.
La ricerca suggerisce che questo effetto potrebbe essere sovrastimato se non si tiene adeguatamente conto delle temperature e della disponibilità idrica. Una stagione vegetativa più lunga, in presenza di caldo intenso e siccità, non garantisce una maggiore produzione di biomassa.
Le conseguenze non riguardano soltanto il ciclo del carbonio. La riduzione della velocità di divisione cellulare può influenzare anche la quantità di legno prodotto, le sue caratteristiche anatomiche e tecnologiche e, di conseguenza, le filiere forestali e le possibili destinazioni d’uso del legname.
Il messaggio dello studio è chiaro: per valutare il ruolo delle foreste nel contrasto al cambiamento climatico non è sufficiente considerare quanto a lungo gli alberi restano in attività. È altrettanto importante capire quanto rapidamente riescono a crescere e se le condizioni ambientali consentono loro di farlo.
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