Bio e Natura
Cereali italiani sotto stress climatico: il mais si adatta, il grano resta vulnerabile
Uno studio dell’Università di Milano mostra che il mais italiano ha ridotto del 65% la propria sensibilità al caldo estremo grazie a irrigazione, ibridi e innovazione agronomica. Più critico il quadro per frumento tenero e duro
19 maggio 2026 | 14:00 | R. T.
L’agricoltura italiana sta già sperimentando gli effetti del cambiamento climatico. Ma quanto il sistema produttivo sia realmente riuscito ad adattarsi all’aumento delle temperature resta una questione aperta, soprattutto per le colture cerealicole che rappresentano una quota strategica della filiera agroalimentare nazionale. Una nuova ricerca pubblicata su Applied Economic Perspectives and Policy affronta il tema con un approccio quantitativo senza precedenti per l’Italia, analizzando oltre settant’anni di dati provinciali relativi a mais, frumento tenero e frumento duro.
Lo studio, condotto da Paolo Nota, Giacomo Coughlan e Alessandro Olper dell’Università degli Studi di Milano, utilizza serie storiche dal 1952 al 2023 e modelli econometrici panel per stimare la sensibilità delle rese cerealicole all’esposizione termica e verificare se nel tempo siano emersi segnali concreti di adattamento climatico. I risultati delineano uno scenario differenziato: il mais mostra una significativa capacità di adattamento, mentre i due principali tipi di frumento restano esposti agli effetti negativi del riscaldamento.
Il nodo della sensibilità termica
La ricerca si concentra sulla relazione tra temperatura e resa agricola attraverso due indicatori chiave: i “Growing Degree Days” (GDD), cioè le temperature considerate favorevoli allo sviluppo della pianta, e i “Killing Degree Days” (KDD), che rappresentano invece le ore o i giorni oltre una soglia critica dannosa per la coltura.
Per il mais, la soglia critica individuata è di 28 °C. Oltre questo valore, ogni grado aggiuntivo riduce la resa media dello 0,5%. Nel caso del frumento tenero e duro, la soglia critica è più bassa, pari a 23 °C, ma l’effetto negativo risulta meno intenso rispetto al mais. La ricerca conferma quindi che il mais è la coltura più vulnerabile agli shock termici estremi, soprattutto nelle aree più calde della Pianura Padana.
L’analisi mostra inoltre che un incremento medio di +1 °C nella temperatura della stagione vegetativa produceva, negli anni Cinquanta e Sessanta, una perdita di resa del mais prossima al 7%. Oggi, lo stesso aumento termico comporta una riduzione attorno al 2%. In termini relativi, la sensibilità del mais al caldo si è ridotta di circa il 65%.
Per il frumento tenero, invece, il quadro è molto diverso: gli effetti negativi della temperatura sono rimasti sostanzialmente stabili nel tempo, con perdite produttive recenti pari a circa l’1,7% per ogni grado aggiuntivo. Ancora più articolato il caso del frumento duro, che mostra una forte vulnerabilità tra anni Settanta e Ottanta, seguita da una parziale attenuazione negli ultimi decenni.
Irrigazione e genetica: perché il mais reagisce meglio
Secondo gli autori, il miglioramento delle performance del mais dipende soprattutto da tre fattori strutturali.
Il primo è l’espansione dell’irrigazione. Il mais italiano è una coltura ad alta intensità idrica e l’aumento delle superfici irrigate, insieme all’introduzione di sistemi più efficienti, ha contribuito a mitigare gli effetti dello stress termico e della siccità.
Il secondo fattore è l’adozione degli ibridi moderni, diffusi su larga scala a partire dagli anni Sessanta. Le nuove varietà hanno migliorato stabilità produttiva, efficienza fisiologica e capacità di risposta agli stress ambientali.
Il terzo elemento riguarda la gestione agronomica e l’accesso alle informazioni meteorologiche. Le previsioni climatiche stagionali e le tecniche di precision farming consentono oggi decisioni più rapide su irrigazione, semine e trattamenti.
Nonostante questi progressi, lo studio sottolinea che il mais continua comunque a subire danni rilevanti nelle annate più calde. L’adattamento osservato, infatti, compensa soltanto una parte limitata delle perdite produttive.
Adattamento climatico: compensato solo il 14% delle perdite
Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda la distinzione tra semplice riduzione della sensibilità termica e reale adattamento climatico. Gli autori adottano infatti un modello che separa gli effetti di breve periodo delle anomalie meteo dagli aggiustamenti strutturali di lungo periodo.
I risultati mostrano che, nel caso del mais, l’adattamento climatico di lungo periodo riesce a compensare circa il 14% delle perdite legate all’aumento delle temperature. Significa che la maggior parte degli effetti negativi del caldo resta ancora scoperta.
Per frumento tenero e duro non emergono invece evidenze statisticamente significative di adattamento. In altre parole, il sistema produttivo cerealicolo italiano non sembra aver sviluppato, almeno finora, strategie sufficientemente efficaci per neutralizzare gli effetti del riscaldamento sulle colture cerealicole autunno-vernine.
Frumento duro: il caso mediterraneo
Particolarmente interessante è il caso del grano duro, coltura simbolo del Mediterraneo e materia prima strategica per la filiera della pasta italiana.
Secondo lo studio, la forte sensibilità registrata tra il 1970 e il 1987 potrebbe essere legata all’espansione della coltura in aree marginali e climaticamente meno adatte, favorita in quegli anni da prezzi più remunerativi rispetto al frumento tenero. Le ondate di calore del 1982 nel Mezzogiorno avrebbero accentuato questa vulnerabilità.
Negli ultimi anni, tuttavia, il frumento duro sembra mostrare una minore esposizione allo stress termico, probabilmente grazie a una progressiva specializzazione territoriale e all’abbandono delle aree meno vocate.
Un’agricoltura sempre più esposta
Lo studio dell’Università di Milano si inserisce nel crescente filone della climate econometrics, disciplina che combina econometria, climatologia e analisi agricola per stimare gli impatti economici del cambiamento climatico.
Dal lavoro emerge un messaggio chiaro: l’innovazione tecnologica può ridurre la vulnerabilità delle colture, ma non eliminare il rischio climatico. L’agricoltura italiana resta esposta soprattutto nelle regioni mediterranee, considerate tra le aree europee più sensibili al riscaldamento globale.
Le implicazioni operative riguardano soprattutto investimenti in irrigazione efficiente, miglioramento genetico, gestione della risorsa idrica e sviluppo di varietà più resilienti agli stress termici. Per il settore cerealicolo italiano, il cambiamento climatico non rappresenta più uno scenario futuro, ma una variabile strutturale con cui confrontarsi già oggi.
Lo studio evidenzia infine che gli aumenti di produttività registrati nel dopoguerra — quintuplicati nel mais e raddoppiati nel frumento tenero — potrebbero non essere più sufficienti a compensare gli effetti delle temperature estreme se non accompagnati da nuove strategie di adattamento.
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