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Grano duro e legumi in rotazione colturale: meno emissioni, più sostenibilità

Grano duro e legumi in rotazione colturale: meno emissioni, più sostenibilità

L’integrazione tra legumi e grano duro nei sistemi agricoli può ridurre l’impatto ambientale fino al 45% in termini di riscaldamento globale. La valutazione delle performance ambientali cambia radicalmente a seconda che ci si riferisca al chilogrammo di prodotto o ettaro di terra

18 maggio 2026 | 12:00 | R. T.

Quando si parla di sostenibilità in agricoltura, il rischio è quello di semplificare troppo. Da un lato c’è la produzione intensiva, capace di rese elevate ma accusata di consumare suolo, acqua ed energia. Dall’altro il biologico, percepito come virtuoso ma spesso penalizzato da rese inferiori. A fare chiarezza ci prova una nuova analisi sistematica pubblicata su “Sustainability”, che ha passato al setaccio la letteratura scientifica mondiale sugli studi di Life Cycle Assessment applicati al grano duro e alle leguminose da granella. L’obiettivo è uno solo: capire quale modello colturale sia davvero più sostenibile, e a quali condizioni.

La ricerca, condotta da un team dell’Università di Bari Aldo Moro, ha seguito il protocollo internazionale PRISMA, esaminando 279 pubblicazioni iniziali per arrivare a un campione finale di 20 studi ritenuti pienamente coerenti. L’analisi copre un arco temporale asimmetrico: per il grano duro sono stati considerati i lavori dal 2022 al 2025, mentre per i legumi e le rotazioni colturali la finestra si è allargata dal 2016 al 2025. Un limite, questo, imposto da una precedente revisione sistematica del 2022 che aveva già coperto gli anni precedenti per il solo grano duro, evitando così duplicazioni.

Il risultato più rilevante riguarda l’effetto della rotazione tra legumi e grano duro. Secondo i dati aggregati, l’inserimento di una leguminosa come la veccia, il cece o la lenticchia nel ciclo colturale consente di ridurre l’impronta di carbonio della coltura successiva di grano duro con un risparmio che oscilla tra il 6 e il 45 per cento in termini di Global Warming Potential, a seconda delle condizioni pedoclimatiche e delle tecniche agronomiche adottate. Nel dettaglio, la riduzione del 6 per cento è stata rilevata in uno studio italiano su rotazione grano-fava, mentre il 45 per cento è stato raggiunto in un sistema svizzero di agricoltura biologica con sovescio e rotazione sestennale.

Per capire le ragioni di questo ampio intervallo, bisogna guardare al meccanismo alla base del beneficio: la fissazione biologica dell’azoto. I legumi, grazie alla simbiosi con i rizobi, sono in grado di catturare l’azoto atmosferico e renderlo disponibile nel terreno, riducendo drasticamente la necessità di concimi azotati di sintesi per la coltura successiva. In numeri, uno studio svedese citato nella review quantifica in 30 chilogrammi per ettaro la riduzione dell’azoto minerale necessario dopo una leguminosa, con un abbattimento delle emissioni di gas serra compreso tra il 12 e il 23 per cento.

Ma l’aspetto più interessante, e al tempo stesso più insidioso per chi valuta le performance ambientali, è l’influenza dell’unità funzionale scelta. La maggior parte degli studi LCA utilizza un’unità basata sulla massa, tipicamente un chilogrammo di prodotto. Se si adotta questo parametro, l’agricoltura biologica risulta spesso penalizzata a causa delle rese inferiori. Ad esempio, in uno studio toscano sul grano duro antico, la resa del biologico è risultata superiore del 40 per cento più bassa rispetto al convenzionale. Di conseguenza, le emissioni per chilogrammo di grano biologico sono apparse più elevate nonostante un minore impatto per ettaro.

Se invece si sceglie come unità funzionale l’ettaro di terreno coltivato, il quadro si capovolge. Il convenzionale, con i suoi concimi di sintesi e i fitofarmaci, mostra un impatto decisamente peggiore. Per il grano duro, il Global Warming Potential per ettaro è risultato superiore del 197 per cento nel convenzionale rispetto al biologico. Per i legumi, la differenza è stata del 68 per cento. Questo significa che la scelta dell’unità funzionale non è neutrale, ma riflette una priorità: se si vuole massimizzare la produzione per unità di superficie, il convenzionale appare più efficiente; se si guarda alla salute del suolo e agli impatti locali, il biologico ha spesso un profilo migliore.

Un altro dato significativo emerge dall’analisi della tossicità terrestre. Uno studio svizzero su una rotazione sestennale ha rilevato che la tossicità terrestre nell’agricoltura biologica era quasi cinque volte superiore a quella convenzionale, a causa delle ripetute applicazioni di letame. Al contrario, l’eutrofizzazione potenziale, legata soprattutto ai fertilizzanti, è risultata molto più alta nel convenzionale, con un +516 per cento per il grano duro quando calcolata per ettaro.

La revisione evidenzia anche un’asimmetria geografica della ricerca. La gran parte degli studi proviene dall’Italia, che da sola conta quattro osservazioni sul grano duro, due sui legumi e cinque sulle rotazioni. Seguono altri paesi mediterranei come Spagna e Marocco, e alcune aree del Nord Europa come Svezia e Germania. Questa concentrazione geografica, se da un lato offre indicazioni preziose per i sistemi mediterranei, dall’altro limita la generalizzabilità dei risultati ad altre regioni climatiche.

Un limite strutturale di molti studi, riconosciuto dagli stessi autori, è l’uso prevalente di dati secondari provenienti da database generici come Ecoinvent, anziché di rilevazioni primarie georeferenziate. Questo introduce incertezze e riduce la capacità di cogliere le specificità locali, come l’erosione del suolo o la perdita di biodiversità, che raramente vengono incluse nelle modellizzazioni. Inoltre, la maggior parte delle analisi si ferma ai confini dell’azienda agricola (cradle-to-gate), escludendo fasi cruciali come il trasporto, il confezionamento e la distribuzione.

Nonostante queste limitazioni, le implicazioni per chi opera nel settore sono chiare. Per gli agricoltori, la rotazione grano duro-legumi si configura come una strategia a basso costo e ad alta efficienza ambientale, in grado di ridurre la dipendenza da input esterni e migliorare la fertilità del suolo. Per i decisori politici, la revisione conferma la necessità di sostenere economicamente le pratiche di rotazione e di promuovere l’uso di unità funzionali multiple nella certificazione ambientale dei prodotti, come già accennato nei regolamenti europei come il Regolamento UE 2021/2115 sulla Politica Agricola Comune. Per i ricercatori, infine, la sfida è quella di sviluppare database primari regionali e di integrare nell’LCA anche servizi ecosistemici come il sequestro del carbonio organico nel suolo, che negli studi analizzati viene ancora troppo spesso trascurato.

Il messaggio finale che arriva dalla letteratura scientifica è che non esiste un sistema agricolo intrinsecamente migliore in assoluto. Il convenzionale è più produttivo, ma paga il prezzo di un’elevata intensità chimica ed energetica. Il biologico ha minori impatti per ettaro, ma richiede più terra per produrre la stessa quantità di cibo. L’integrazione tra legumi e grano duro, invece, offre un percorso intermedio e pragmatico. Non è una ricetta universale, ma una direzione di marcia ben documentata: quella verso un’agricoltura che, riducendo i fertilizzanti di sintesi e valorizzando i processi naturali, può davvero conciliare produzione e pianeta.

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