Bio e Natura

Riscaldarsi risparmiando, con legna, pellet o cippato

L’Italia è molto indietro. E pensare che un quinto delle famiglie italiane potrebbe riscaldarsi bruciando il legname derivato dalle lavorazioni agro-industriali, forestali e residui civili

02 febbraio 2008 | Alberto Grimelli

La rivoluzione ecologica è iniziata, ma il resto d’Europa è molti passi avanti a noi. Calcolando la produzione per abitante di energia primaria da biomassa solida (legna e derivati), l’Italia nel 2005 si è classificata penultima al ventiduesimo posto prima del Regno Unito con 0,012 tep/abitante (1 tep = 1 tonnellata equivalente di petrolio, ovvero 11.628 kWh termici) contro 1,262 della Finlandia. Come dire che nel nostro paese la biomassa solida ha dato origine a 139 kWh di energia termica per abitante entro i 14.674 del paese scandinavo.

A fronte di una crescita del 6,7% rispetto all’anno precedente, nel 2005 la produzione italiana di questa forma di energia ci ha visti, in termini assoluti, al quattordicesimo posto in Europa nella classifica guidata dalla Francia (9,669 Mtep) con 1,005 milioni di tep dietro a paesi come Olanda e Ungheria che tra il 2004 e il 2005 hanno aumentato tale produzione rispettivamente del 57,7 e del 35,5%.



Questo sforzo produttivo che ci vede ancora arretrati, prevede nel Piano d’azione sulle biomasse della Commissione Europea, che tra il 2010 e il 2012 i 25 stati membri raggiungano un potenziale di 150 Mtep: quasi triplicando cioè il dato 2005 che era di 58,678 milioni di tep. Di questi 150 Mtep ottenuti dalle biomasse, 75 saranno destinati a produrre calore, 55 all’energia elettrica e 19 al biocarburante.

E pensare che un quinto delle famiglie italiane potrebbe riscaldarsi bruciando il legname derivato dalle lavorazioni agro-industriali, forestali, e residui civili. Lo sostiene Itabia (associazione che dall’85 promuove la diffusione delle biomasse), la quale stima che in Italia i residui vegetali esistenti, se impiegati in impianti di teleriscaldamento, da subito darebbero energia termica a 4 milioni di abitazioni. Soltanto la Sicilia produce annualmente 2 milioni di tonnellate di residui legnosi; 1,6 milioni il Piemonte e un milione e mezzo la Lombardia.

E’ a questo potenziale mercato che si è rivolto Progetto Fuoco, sesta biennale internazionale, che si è svolta a Verona dal 24 al 27 gennaio. La più grande e completa rassegna mondiale di impianti e attrezzature per la produzione di calore ed energia dalla combustione della legna.

Il prodotto per la combustione che fa da padrone in mostra, soprattutto per il suo potere calorifico superiore a quello del legname, è il pellet, cilindretti essiccati e compressi fatti di segatura, oppure (nelle versioni più nuove), composti da legno e mais, fieno e vegetali, semi di frutti o noccioli di olive. Il legname a scaglie (cippato) ottenuto dai residui di lavorazioni boschive- agricole- urbane, ha invece una resa energetica pari a circa metà quella rispetto al pellet.



Se l’Italia, leader europeo nella costruzione di stufe a pellet (circa 800.000 impianti l’anno), non è autosufficiente nella produzione della materia prima per la combustione: non bastano infatti le 650.000 tonnellate annue di pellet ottenute da 87 società presenti soprattutto nel nord Italia (il 60% tra Lombardia, Friuli e Veneto) per far fronte alla domanda di 850.000 tonnellate. Il fabbisogno interno continua a crescere: negli ultimi 5 anni i consumi di pellet sono aumentati del 300% rispetto alle 210.000 tonnellate del 2003.
Annalisa Paniz dell’Aiel ha spiegato che la principale fornitrice della materia prima, composta per il 64% da segatura, per il 18% da trucioli e per il 6% da scarti di segheria, è l’industria del legno. Molto frammentato e localizzato, il mercato italiano si trova svantaggiato dall’incertezza dei prezzi (pure calati a gennaio di 34 euro alla tonnellata rispetto allo scorso ottobre) e dalla mancanza dei controlli sulla qualità della materia prima.

Infatti c’è pellet e pellet.
Quello in commercio in Italia è generalmente di classe B. Soltanto 4 dei 40 campioni esaminati dal laboratorio Biomasse di Ancona sono risultati in regola con tutti i parametri della classe A secondo quanto stabilito dalla normativa europea Uni.
L’analisi effettuata controllando 120 sacchi di pellet (3 per ciascuna delle 40 qualità esaminate, italiane e straniere) ha evidenziato che i parametri meno rispettati riguardano i contenuti di ceneri e la durabilità meccanica del pellet. Inoltre il 70% dei campioni ha mostrato un potere calorifico inferiore all’ottimale.
“Dobbiamo migliorare la durabilità facendo sì che nei sacchi il pellet non si sfaldi, e abbassare i valori delle ceneri” ha raccomandato Giovanni Riva del Cti sottolineando l’esigenza di arrivare ad uno standard di qualità del pellet e di far sì che quello di riferimento per tutti i produttori sia il pellet di classe A. L‘esponente del comitato che è un’associazione tra 500 industrie nonchè l’ente che per conto dell’Uni prepara gli standard per il sistema termotecnico, ha citato l’esempio dei produttori di pellet svedesi, i quali lavano i tronchi prima di preparare il prodotto.

La materia prima è fondamentale per un buon rendimento della stufa, termocamino o caldaia e come c’è pellet e pellet, così c’è legna e legna.
Non solo, infatti, come è noto, in base all’essenza si possono avere rese ben diverse ma anche sulla base dell’umidità.



In termini pratici la legna si suddivide in legna dolce e legna dura in base al peso in kg di un metro cubo di materiale. La legna dolce che pesa circa 300 - 350 kg/m3 è quella di abete, pino, pioppo, ontano, castagno, salice, mentre la legna forte che pesa circa 350 - 400 kg/m3 è quella di olmo, quercia, leccio, faggio e frassino.

Sulla validità delle caldaie e stufe non ci sono più dubbi: la combustione negli impianti moderni consente rendimenti dell’80% con emissioni ridotte e grande convenienza economica: a parità di energia prodotta, ai 52 centesimi di euro di un litro di metano e agli 83 di un litro di gasolio corrispondono, per la legna da ardere 50 centesimi, per il pellet 36 e per un cippato medio soltanto 19 centesimi.
Risparmio energetico ma anche estetica, un connubio vincente per le energie alternative. Infatti i produttori, negli ultimi anni, si stanno sbizzarrendo offrendo soluzioni belle ed efficienti che non stonano in alcuna casa, anzi diventano elementi d’arredo e non solo.
All’insegna della multifunzionalità ritornano in auge le vecchie termocucine e si scoprono anche alcune novità come le stufe che incorporano un forno, ovviamente a legna, dove poter cucinare all’insegna della tradizione.



Attenzione però, prima dell’acquisto, che il termocamino, la stufa e la caldaia siano alla nuova marcatura CE, che dal 1 luglio 2007 garantisce la conformità alle norme europee in materia di sicurezza, rendimento, potenza, emissione e temperature.

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