Bio e Natura

Carbon footprint: un'opportunità non ben sfruttata per valorizzare i prodotti e risparmiare sui costi

Ad oggi ci si poggia ancora su standard internazionali, in attesa che l'Italia vari una normativa di riferimento e di armonizzazione, che permetta la creazione di un unico marchio che faciliti la comunicazione al consumatore e diventi un potente strumento di marketing

22 giugno 2013 | Francesco Presti

Esiste un indice analitico che mette in relazione l’effettiva influenza di un prodotto o di un servizio sui cambiamenti climatici attraverso la quantificazione di gas serra emessi considerando l’intero ciclo vitale del bene o del servizio preso in considerazione: è il carbon footprint.

In varie parti del mondo il suo uso da parte di imprese ed enti pubblici è già una realtà.

Il calcolo dalla carbon footprint è molto complesso e tiene conto di tutti i gas clima-alteranti emessi in modo diretto o indiretto durante l’intero ciclo di vita del prodotto o del servizio: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido nitroso (N2O), il gruppo degli idrofluorocarburi (HFCs), dei perfluorocarburi (PFCs) e l’esafluoruro di zolfo. L’unità di misura della carbon footprint è l’anidride carbonica equivalente (t CO2e), che permette di quantificare le mancate emissioni di CO2.

In Italia siamo ancora ai primi passi e non esiste ancora una normativa di riferimento che consenta una certificazione standard e codificata per tutti, non esiste un unico marchio e chi opera nel settore si appoggia agli standard internazionali in attesa che la normativa europea venga recepita a livello nazionale e tramutata in legge.

Tuttavia il carbon footprint come strumento di marketing ha un enorme potenziale ovvero la facilità di comprensione da parte del consumatore e la possibilità di essere direttamente collegata all’abbassamento delle emissioni di gas serra, tema molto sentito dall’opinione pubblica.

“La nostra tipologia di clienti varia molto” racconta Marco Ricci consulente ambientale dell’omonimo studio associato ”Lavoriamo sia con società private che con enti pubblici; le aziende ci richiedono consulenze sostanzialmente per due motivi: per guadagnare in immagine cercando di comunicare al consumatore l’impegno in materia ambientale; oppure il privato ci contatta per capire come ridurre costi di gestione e chiede uno studio della carbon footprint per intervenire sulla riduzione delle emissioni di CO2 e modificare cosi il ciclo produttivo con conseguente risparmio energetico e monetario”.

“Gli enti pubblici, specialmente piccole amministrazioni che non hanno nel proprio organico le giuste competenze, si rivolgono ai tecnici del settore - spiega ancora Ricci – perché la Comunità Europea sta chiedendo standard sempre più alti da parte delle amministrazioni per accedere ai finanziamenti. Se il territorio viene amministrato in modo virtuoso è più facile accedere alle risorse messe in campo dall’Europa. Proprio in questa direzione va il “patto dei sindaci” (http://www.pattodeisindaci.eu/index_it.html) che a livello europeo riunisce i comuni e le regioni che hanno stilato un programma di riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2020.”

Uno dei limiti di questo indice è sicuramente la mancanza di un tessuto normativo completo che si traduce nell’assenza di un unico marchio, a questo si aggiunge la scarsa dimestichezza che la nostra società ha con questo nome. In una certa misura l’avanzamento normativo e culturale di questo strumento sembra quasi ripercorrere la lunga e travagliata storia della certificazione biologica.

Tuttavia la strada sembra lunga ma promettente: imprese ed enti pubblici possono e devono dotarsi di uno strumento per programmare la riduzione di gas serra nel medio e lungo periodo attraverso la consulenza di esperti del settore. Il carbon footprint è un indice di contabilità che permette di confrontare l’uso che facciamo delle risorse naturali con la sostenibilità del processo di produzione, ha il grande pregio di essere applicabile al singolo prodotto o essere indicatore di un intero territorio.

Senza uno strumento di misura concreto tutti i buoni propositi che a livello globale vengono assunti rischiano di diventare solamente sogni irraggiungibili.

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