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Per salvare l'olivicoltura italiana serve l’istituzione di una categoria premium per l'extravergine
Con una massa molto importante di olio di alta qualità si aprirebbe la possibilità di intercettare nuove categorie di consumatori quali persone anziane e sportivi per i quali si potrebbero produrre contenitori di olio edibili da 5 ml confezionati tipo caramella da consumarsi durante la giornata, indipendentemente dai pasti
01 ottobre 2026 | 13:00 | T N
L’olio per secoli è stato usato principalmente per l’illuminazione privata e pubblica, per la produzione del sapone ed in piccola parte per altri usi tra questi quello alimentare. L’ aumento del consumo per uso alimentare fa data dalla fine dell’Ottocento, solo nel secondo dopoguerra diventa l’uso principale come olio extravergine di oliva. Questa premessa per capire perché ancora oggi specie in Andalusia si produce olio lampante in grande quantità, quasi interamente da un’unica varietà di olivo, la Picual il cui olio ha un grande difetto olfattivo. L’olio prodotto da questa varietà in tutte le borse merci ha una sua distinta quotazione. Questa grande massa di olio lampante, si stima di 500 mila tonnellate, il 40% circa dell’intera produzione spagnola, dopo essere stato rettificato viene sapientemente miscelato e venduto come olio extravergine, vedi quanto dichiara
Antonio Luque, presidente di Dcoop nel mese di dicembre del 2024, denuncia che da 40 anni ci sono aziende che compiono frodi nel settore dell’olio di oliva. Per neutralizzare le frodi dell’olio lampante rettificato i grandi paesi produttori e consumatori di olio extravergine di oliva (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Germania e Francia) dovrebbero chiedere alla Unione europea di emanare una normativa che metta fuori legge la produzione, la commercializzazione e l’importazione di olio lampante ed olio lampante rettificato nei paesi che fanno parte dell’ Unione Europea. Una normativa di questo tipo eliminerebbe il problema delle frodi e garantendo consumatori ma danneggerebbe gli olivicoltori Spagnoli specie quelli dell’ Andalusia quindi bisognerebbe affiancare a questa normativa repressiva un piano decennale di aiuti alla riconversione degli oliveti di varietà Picual con piano di espianto, reimpianto e reinnesto ancorati ad una costanza di produzione in linea con quella attuale degli oliveti di varietà Picual. L’ olio lampante prodotto nel periodo di transizione dovrebbe essere ritirato dal mercato e destinato ad altri usi, come la produzione di calore, sapone etc. Gli olivicoltori dovrebbero ricevere un compenso a decrescere negli anni sino alla entrata in produzione dele nuove varietà, per l’ olio lampante e per la ristrutturazione degli oliveti. I fondi necessari a questo imponente intervento dovrebbero essere garantiti dalle risorse della PAC:
Altro punto dolente sono i controlli sugli oli da olive per garantire il rispetto delle norme che ne regolano il commercio. Oggi è una guerra fra guardie e ladri, emanata una nuova norma di legge più stringente dopo qualche tempo si trova il modo legale di aggirarla. Bisogna spostare il controllo dal prodotto ai contenitori di trasporto dell’ olio sfuso, navi cisterna e camion cisterna, per questo genere di controlli esiste una normativa molto efficace sul trasporto delle merci deperibili, Le cisterne devono essere pulite e non avere residui dei prodotti trasportati, devono essere lavate dopo ogni trasporto con specifici prodotti igienizzanti e nel caso del trasporto di olio i residui del lavaggio sono considerati rifiuti speciali, quindi ritirati da aziende specializzate. Le multe applicabili ai trasgressori che arrivano al fermo ed al sequestro del mezzo, hanno un potere dissuadente molto elevato.
Passiamo al comportamento degli olivicoltori, tutt’altro che cristallino. Il settore olivicolo aderisce solo in minima parte ai consorzi di tutela DOP e IGT l’adesione massiccia 70/80% della produzione nazionale potrebbe, se ben gestita, cambiare il volto del commercio dell’olio extravergine in Italia. Per incentivare l’adesione degli olivicoltori ai consorzi di tutela si potrebbe utilizzare la leva dei fondi PAC in maniera molto incisiva vincolando almeno una quota del 50% fondi che il singolo agricoltore riceve per i suoi ettari di oliveto all’ adesione ad un consorzio di tutela ed alla produzione di olio extravergine certificato DOP e IGT. I consorzi devono adeguare i disciplinari ai nuovi tempi e chiedere l’istituzione di una categoria premium DOPE denominazione di origine protetta ed eccellente con valori degli indici molto stringenti. Se diamo corso ad una modifica di questo tipo otteniamo come effetto collaterale un rafforzamento dell’associazionismo in olivicoltura.
Con una massa molto importante di olio di alta qualità si aprirebbe la possibilità di intercettare nuove categorie di consumatori quali persone anziane e sportivi per i quali si potrebbero produrre contenitori di olio edibili da 5 ml confezionati tipo caramella da consumarsi durante la giornata, indipendentemente dai pasti.
Resta da esaminare la parte spiccatamente caratteristica del lavoro dell’ olivicoltore quella agronomica che in generale lascia molto a desiderare, le innovazioni sia macchine che nuovi sistemi di lavorazione, impiagano per essere adottati dalla generalità degli agricoltori da 5 ai 25 anni, una enormità che mina fortemente la reddittività dell’azienda olivicola. Bisogna trovare mezzi validi in primis culturali e persuasivi poi economici e monetari per far si che nei campi l’applicazione delle novità sia introdotta entro un lasso di tempo di pochi anni. Il miglioramento del reddito sarebbe un ottimo motivo per invogliare le nuove generazioni, in specie periti agrari ed agronomi, ad impegnarsi nella conduzione di moderne aziende agricole. Altra nota dolente l’invecchiamento dei capi azienda, in un recente convegno il presidente di una associazione agricola, proponeva un congruo premio ai conduttore di azienda agricola per lasciare l’ azienda alle nuove generazioni e godersi la vecchiaia, invece di continuare a spaccarsi la schiena per integrare la magra pensione.
Mario Tirotto
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