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Olio extravergine di oliva: rimane un gran lavoro da fare

Olio extravergine di oliva: rimane un gran lavoro da fare

Servono nuove alleanze tra le imprese produttrici, artigiane, agricole e industriali, e la Grande Distribuzione. Dobbiamo dare valore ad un “alimento funzionale” alla salute dell’uomo e ad una filiera agroalimentare al servizio del consumatore

29 agosto 2025 | 11:00 | T N

Caro Gigi,

abbiamo fatto, come tu dici, un buon lavoro. Basterà ricordare la legge salva olio (italiano) o legge Mongiello, la legge per i tappi antirabocco e soprattutto la legge sull’impresa olearia del 2014 che all’articolo 1 introduce nella normativa vigente la definizione di produttore di olio l’impresa frantoio oleario e con l’articolo 5 ’istituisce l’albo professionale dei mastri oleari.  Ma dobbiamo ammettere anche la sconfitta per il riconoscimento in etichetta dell’olio artigianale. Quindi rimane ancora un grande lavoro da fare e non soltanto sul piano normativo. 

A partire, come tu affermi, dai diritti del consumatore: perché il consumatore è l’autore del mercato, non il produttore che fa l’olio o il distributore che lo commercializza. Tanto meno l’agricoltore che coltiva gli alberi e cura la produzione delle olive. 

In questo contesto, come sappiamo, una funzione decisiva la svolge la distribuzione, non solo come snodo logistico, ma nell’offerta al consumatore e quindi la modalità con cui da valore al prodotto, uscendo dalla logica stretta del prezzo e delle promozioni e “costruendo” uno scaffale non esclusivo degli oli top, ma di tutto il comparto dell’olio dalle olive come un cibo speciale per la sana e buona alimentazione.  

Se un giorno il ministro della sovranità alimentare e il ministro del made in Italy volessero istituire un tavolo a cui invitare Federdistribuzione e Federalimentare insieme ai produttori, frantoiani e agricoltori, per disegnare una comune strategia condivisa di marketing di medio-lungo termine trasparente e sostenibile, si potrebbe dar vita ad una campagna di comunicazione sull’olio italiano che partendo da specifiche norme sulle etichette arrivi ai consumi negli asili e nelle RSA. 

Altrimenti che senso ha la nuova denominazione del Ministero dell'Agricoltura ora ministero “della sovranità alimentare”. Che significa “sovranità alimentare”? Stando al significato letterale delle parole vuol dire potere di determinazione di ciascuno Stato a proposito della struttura produttiva e del mercato dei prodotti destinati all'alimentazione. Non dissimile è la definizione tratta dalle dichiarazioni adottate nel 2007 al “Forum della sovranità alimentare” in cui si parlava del “diritto dei popoli ad un cibo sano, prodotto con metodi ecologicamente corretti e sostenibili e il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e agricoli”.

Non è questione di poco conto, basterà ricordare l’ostilità statunitense alla PAC, Politica Agricola Comune dell'Unione Europea, in particolare a proposito dei prodotti ortofrutticoli, per il timore che quella politica costituisse una remora all’esportazione di prodotti agricoli statunitensi.  Sono trascorsi sessanta anni ma poco o niente è mutato come dimostra la volontà di Donald Trump di imporci con i dazi anche quei prodotti per l’agricoltura made in USA, vietati in Europa perché nocivi per la salute dei consumatori. 

Il nocciolo della questione non è giungere ad un mercato agroalimentare autarchico con la difesa del prodotto nazionale contro le importazioni, ma di affermare la sovranità dello Stato e/o dell’Unione Europea nel settore agroalimentare. Così come dobbiamo rinnovare il nostro impegno, caro amico mio, a favore di quel consumatore-autore del mercato senza sottovalutare le contraddizioni di un mercato agroalimentare italiano che ha radici antiche.

Basterà ricordare il crack finanziario che travolse la Coldiretti alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Sì parlò di 1000 miliardi di deficit della federazione dei consorzi agrari (Federconsorzi) da cui, stando a quanto scritto nella relazione della commissione parlamentare d'inchiesta su quei fatti (Camera dei Deputati, XIII legislatura, doc.13, n.61, pag.255), "attingevano da sempre, come da un miracoloso pozzo inesauribile, risorse miliardarie sia la Coldiretti che la Confagricoltura".

Da quel tempo molta acqua è passata sotto i ponti ma troppo poco si è fatto per correggere gli errori mentre la Coldiretti, risorta dalle ceneri, ha conquistato posizioni di forza politica che guarda al passato più che al futuro. Per esempio a fronte di un calo produttivo del 24% (dati ISMEA) dell’ultima campagna olearia, che segue in discesa quelli degli anni precedenti, la soluzione che offre il mercato politico è il solito finanziamento a pioggia alle 620mila imprese agricole. Così che, malgrado le 42 DOP e 8 IGP e gli oltre 4000 frantoi abbiamo una produzione che colloca l’Italia al quinto posto, dopo la spagna, la grecia, la tunisia e il portogallo: “uno dei comparti più strategici.dell’agroalimentare italiano” commenta l’ISMEA!

Se siamo in queste condizioni la responsabilità non è solo del parlamento attuale o del governo Meloni, ma anche di tutti quelli che li hanno preceduti nell’ultimo mezzo secolo, e soprattutto delle associazioni e dei sindacati che hanno promosso e sostenuto politiche corporative e clientelari. 

Dobbiamo cercare nuove strade, abbandonando quelle dissestate del passato e del presente, promuovendo nuove alleanze tra le imprese produttrici, artigiane, agricole e industriali, e la Grande Distribuzione. Dobbiamo dare valore ad un “alimento funzionale” alla salute dell’uomo e ad una filiera agroalimentare al servizio del consumatore, sana, trasparente, tecnologicamente avanzata: non sarà facile!

Post scriptum: per quanto riguarda specificamente il mercato oleario il COI (Comitato Olivicolo Internazionale), di cui fa parte anche l'Italia, è gestito di fatto da Paesi che importano olio in Italia, Spagna e Tunisia.

Giampaolo Sodano

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