Editoriali
Il dialogo tra sordi tra Italia e Tunisia dell’olio di oliva: da peggiori nemici a migliori amici
La dimensione geopolitica delle relazioni diplomatiche tra Italia e Tunisia deve applicarsi anche in campo oleicolo. Basta partite a scacchi, è arrivato il momento di ribaltare il tavolo, con il riconoscimento dei rispettivi interessi strategici
18 marzo 2026 | 15:00 | Alberto Grimelli
Italia e Tunisia dell’olio di oliva, in termini di produzione, ormai si equivalgono, con la prospettiva che la Tunisia acquisti una leadership consolidata nel medio-lungo periodo.
L’Italia vanta però una leadership culturale e commerciale che difficilmente potrà essere scalfita dalla Tunisia nei prossimi anni.
L’Italia non produce abbastanza per il suo fabbisogno interno e l’export e l’olio di oliva tunisino si può candidare a entrare sempre più nei blend industriali. La Tunisia produce molto ma ha necessità dell’esperienza italiana tanto in tema di controlli quanto di sviluppo e prospettive commerciali.
Italia e Tunisia potrebbero dunque divenire partner strategici perfetti, anche in virtù di una storia di vicinanza culturale tra le due nazioni e i due popoli.
Italia e Tunisia hanno però avviato un braccio di ferro sull’olio di oliva da molto tempo e l’analisi di Raouf Ben Hédi su Business News illustra bene la fase di irrigidimento reciproco a cui stiamo assistendo con in Italia Coldiretti che alza le barricate, bloccando di fatto il raddoppio del contingente a dazio zero (da 56 a 100 mila tonnellate di importazioni duty free), e in Tunisia che si pensa a rilanciare sulla base di una partnership energetica e sui migranti.
Così si va a sbattere e basta, come dimostra la storia degli ultimi anni, semplicemente perché si eludono i problemi, anziché affrontarli e risolverli.
Il problema per l’Italia non solo le importazioni di olio tunisino ma le condizioni in cui l’olio tunisino arriva nei porti italiani, nelle cisterne degli imbottigliatori italiani e poi sugli scaffali dei supermercati. Se arriva, come accaduto per buona parte del 2025 a quotazioni molto basse e oggettivamente fuori mercato, allora è evidente che il mondo produttivo italiano veda un pericolo dumping. Se poi arriva, come accade, tramite triangolazioni e magheggi che lo trasformano in olio comunitario o italiano tanto peggio.
E’ un problema che non nasce in Tunisia ma in Spagna (soprattutto) e anche in Italia, laddove l’approccio al mercato dell’olio di oliva tunisino è predatorio. La mancanza di una strutturazione della filiera favorisce gli speculatori che sguazzano nelle pieghe di una gestione non sempre trasparente dell’Ufficio dell’Olio di oliva e della Commissione dell’olio di oliva tunisini.
Il caso Bioliva/Borges è esemplificativo: si nasconde la sabbia sotto il tappeto, arrivando persino a negare lo scandalo per bocca dei dirigenti della BH Bank, ritardando oltre l’inverosimile il percorso giudiziario per paura di affrontare l’evidenza. La filiera olivicolo-olearia tunisina è tecnicamente fallita, caricata da debiti enormi, perché per troppi anni gli interessi di pochissimi hanno prevalso su quelli di moltissimi olivicoltori e frantoiani.
L’Italia, e la sua olivicoltura, sono tecnicamente fallite così tante volte da aver perso il conto. Toccato il fondo ci si rialza e si riparte.
Le debolezze dell’Italia e della Tunisia sono oggi complementari, quindi ci si può aiutare proficuamente l’uno con l’altro, se si volesse affrontare la realtà, senza eluderla.
Gli interessi strategici di Italia e Tunisia sono convergenti, in una logica di posizionamento complementare tra i due prodotti che possono brillare di luce propria sui mercati internazionali: Made in Tunisia e Made in Italy. Semmai la competizione può essere tra un prodotto spagnolo e uno tunisino, che condividono lo stesso posizionamento.
Eppure la Tunisia, anche al Consiglio oleicolo internazionale, ha fatto asse proprio con la Spagna, ovvero il proprio principale competitor in una logica di medio-lungo periodo. Un no-sense che acuisce le distanze tra Italia e Tunisia.
La riflessione strategica nel futuro delle relazioni oleicole tra Italia e Tunisia oggi deve partire dal reciproco convincimento che il braccio di ferro, alla fine, ha agevolato solo la Spagna che ha allungato i propri tentacoli sull’olio tunisino deprimendone il prezzo e ha isolato l’Italia nei contesti internazionali, tarpandone i legittimi interessi.
Tra i due litiganti, il terzo gode. Almeno finchè i litiganti non si svegliano. Che dite, è tempo?
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