Editoriali

QUANTO ODIO L'EUROPA

07 maggio 2005 | Alberto Grimelli

Da un amore smisurato a un odio profondo, tutto nel volgere di pochi anni.
Difficile da capire per chi non ha vissuto i gravi cambiamenti della Politica Agricola Comunitaria.
Fino a un decennio or sono l’Unione europea garantiva un interessante reddito tutti gli agricoltori. Era sufficiente coltivare il proprio fondo e si aveva diritto a un aiuto alla produzione che compensava abbondantemente le spese. Mal che andava l’azienda sapeva che il bilancio sarebbe restato in pareggio. Anche per quelle colture, come l’olivo, in cui il sostegno diretto era limitato vi era la possibilità di percepire dei contributi aderendo ai programmi di agricoltura biologica o integrata.

Con le ultime riforme l’intero castello è crollato.
Tutti i fondi comunitari sono calati drasticamente, i prezzi all’ingrosso dei prodotti agricoli sono scesi vorticosamente o, nei casi migliori, sono rimasti stabili.
È stato uno shock per gli agricoltori, convinti che tale sistema sarebbe durato in eterno, certi che nulla sarebbe mutato per molti anni a venire.
Ad aggravare tale situazione il complesso di norme sulla sicurezza alimentare che gravano pesantemente sui conti delle imprese agroalimentari.
I mancati introiti derivanti dalla riduzione dei contributi pubblici e dall'oneroso carico burocratico dovevano, nelle intenzioni di Bruxelles, essere ricompensati attraverso una valorizzazione e rivalutazione sul mercato dei prodotti agricoli e alimentari. Denominazioni d’origine, menzioni geografiche tradizionali e certificazioni volontarie avrebbero dovuto conferire un valore aggiunto tale da garantire un giusto ed equo reddito ai contadini.
Avrebbero dovuto, certo, ma così non è stato.
Alla prova dei fatti le protezioni promesse dall’Unione europea sono andate ad infrangersi contro il muro del Wto (l’Organizzazione per il commercio internazionale). Oltre a ciò, la concorrenza estera, con meno vincoli, lacci e lacciuoli, si è fatta sempre più agguerrita e ha acquisito quote di mercato anche all’interno dei confini comunitari, favorita da una serie di deroghe che consentivano e consentono l’ingresso di merci e derrate alimentari che non rispettano gli elevati e rigorosi standard produttivi imposti al comparto agroalimentare europeo.

Non deve allora stupire che, secondo un sondaggio francese, siano gli agricoltori i più restii a dare il proprio assenso alla Costituzione europea. Il 70% circa ha dichiarato che voterà contro, un segnale forte, un malessere che accumuna tutti. Un palese indicatore della fiducia del comparto agricolo verso le Istituzioni europee.
Un profondo disagio che non viene tuttavia compreso. Non sono infatti i contadini ad essere i maggiori beneficiari degli aiuti? Non sono loro ad intascare più del 50% del bilancio della Ue? Esperti commentatori, nonochè la pubblica opinione non capiscono.
Non sanno quanto è mutato lo scenario negli ultimi anni, pretendono semplicemente alimenti sicuri, sani, genuini e buoni a prezzi modici.
Come dar loro la colpa? Quanto e quando il comparto agricolo ha alzato la voce e ha fatto valere le proprie ragioni sui principali mass media? Tanto importante è il settore, per i mezzi d’informazione, che il principale quotidiano nazionale ha eliminato la pagina (settimanale) agricola.

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