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Il ruolo del frantoio al centro della produzione dell'olio di oliva a denominazione di origine

Il ruolo del frantoio al centro della produzione dell'olio di oliva a denominazione di origine

Se dopo decenni i volumi di olio DOP e IGP restano inchiodati a una percentuale minima, è legittimo chiedersi se il problema sia culturale o normativo: una sfida di sistema che richiede confronto, coraggio e una revisione condivisa

02 febbraio 2026 | 12:00 | C. S.

Un confronto diretto e senza forzature sul futuro degli oli a denominazione di origine si è svolto oggi, venerdì 30 gennaio, all’Arena Evolio del Nuovo Padiglione della Fiera del Levante di Bari, nell’ambito di Evolio Expo 2026. Il convegno “Chi produce davvero l’olio DOP e IGP? Ruoli, responsabilità e rappresentanza nella filiera”, promosso da AIFO – Associazione Italiana Frantoiani Oleari in collaborazione con Italia Olivicola, ha messo al centro una questione cruciale per il comparto: l’effettiva capacità dei marchi DOP e IGP di valorizzare il lavoro lungo tutta la filiera, a partire dalla trasformazione. A moderare il confronto è stato Giuseppe L'Abbate, che ha guidato il dibattito favorendo il dialogo tra i diversi punti di vista.

Ad aprire i lavori è stato Alberto Amoroso, presidente di AIFO, che ha posto subito il tema di fondo. Tutti gli attori della filiera chiedono maggiore tracciabilità, tutela del prodotto 100% italiano, difesa dall’italian sounding, riconoscibilità sui mercati e una più equa remunerazione. Obiettivi che, ha ricordato Amoroso, sono già insiti nei marchi DOP e IGP. Eppure, come evidenziato dai dati più recenti, i volumi di olio certificato restano fermi a una quota marginale del mercato. Un paradosso che impone una riflessione seria sul funzionamento dello strumento.

A seguire è intervenuto il Sottosegretario al MASAF Patrizio La Pietra, che ha richiamato la necessità di uno sforzo condiviso per aumentare i volumi di commercializzazione delle DOP e IGP dell’olio. Secondo La Pietra, il tema non è solo produttivo ma anche di posizionamento: forse è arrivato il momento di segmentare ulteriormente il mercato, introducendo elementi di distintività più forti e immediatamente riconoscibili per il consumatore.

Il confronto è proseguito con l’intervento di Vito Ligorio, che ha portato il saluto di CNA AgroAlimentare, sottolineando il ruolo delle imprese artigiane della trasformazione e la necessità di un pieno coinvolgimento dei frantoi nei percorsi di valorizzazione delle produzioni certificate.

Subito dopo, è intervenuto sul piano tecnico e accademico il professor Bernardo De Gennaro dell’Università degli Studi di Bari, che ha posto una questione centrale per il futuro delle denominazioni di origine, invitando ad aprire una riflessione sull’opportunità di rivedere le norme che regolano la rappresentanza all’interno dei consorzi di tutela e valorizzazione. In particolare, De Gennaro ha sottolineato la necessità di riconoscere un adeguato peso anche alla componente della trasformazione, ricordando come la qualità certificata dell’olio nasca in modo determinante nel frantoio, attraverso competenze tecniche e scelte produttive che incidono direttamente sul prodotto finale.

In rappresentanza di Italia Olivicola è intervenuto Pasquale Costantino, che ha ribadito l’importanza di rafforzare l’integrazione tra produzione agricola, trasformazione e sistemi di qualità, affinché DOP e IGP possano diventare strumenti realmente efficaci di crescita economica e non solo marchi formali.

Il dibattito ha poi raccolto il contributo di Dora De Santis, presidente della Filiera Olivicola Olearia Italiana (FOOI), che ha evidenziato la necessità di una visione di filiera più coesa e di regole capaci di accompagnare il prodotto certificato lungo tutto il suo percorso, dal campo al mercato.

A portare il punto di vista dei consorzi di tutela è stata Maria Francesca Di Martino, presidente del Consorzio IGP Olio di Puglia, che ha ribadito il valore delle denominazioni come strumenti di identità territoriale, sottolineando però l’esigenza di rafforzarne l’efficacia commerciale e la percezione di valore presso i consumatori.

A trarre le conclusioni è stato nuovamente Alberto Amoroso, che ha richiamato la necessità di non eludere il nodo della rappresentanza. “Se dopo decenni – ha affermato – i volumi di olio DOP e IGP restano inchiodati a una percentuale minima, è legittimo chiedersi se il problema sia culturale o normativo. Abbiamo uno strumento potentissimo, ma non lo stiamo utilizzando a pieno regime. Il frantoio è il luogo in cui la qualità prende forma ed è da qui che deve partire una riflessione seria sul futuro delle denominazioni”.

Il convegno ha confermato come la crescita delle DOP e IGP dell’olio extravergine non sia una questione tecnica, ma una sfida di sistema che richiede confronto, coraggio e una revisione condivisa dei meccanismi di valorizzazione lungo l’intera filiera.

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