L'arca olearia

Cosa accade nei luoghi della Xylella fastidiosa? Viaggio in Salento

Come su un vagone delle montagne russe, al giro dalla morte, con il senso di terrore e smarrimento suscitato dal panorama del Ponte dei Sauli, abbiamo visto gli spiragli di una luce alla fine di un tunnel, il campo sperimentale degli innesti di Giovanni Melcarne: una possibile strada per cercare di rallentare, e auspicabilmente di fermare, la diffusione del batterio

27 luglio 2017 | Maria Lisa Clodoveo

“Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro. Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo... Il paese delle lacrime è così misterioso”. Le parole di Saint-Exupery, ne “Il Piccolo Principe”, descrivono, meglio di quanto io stessa potrei fare, la disposizione d’animo che provo nell’accostarmi al dolore degli amici frantoiani pugliesi. Una comunità popolata dà chi ha già tristemente tastato gli esiti e le conseguenze della diffusione del batterio della Xylella in Salento, e chi sente, smarrito, ad un passo dallo stesso destino, ed è sopraffatto dalla percezione dell’inesorabilità di questa sorte.

Negli ultimi venti anni ho avuto la fortuna di condividere momenti di gioia, entusiasmo, progettualità nel mondo dell’extravergine con i frantoiani che operano sul territorio pugliese. Si succedono nella mia memoria i ricordi delle festose giornate in frantoio, dell’impegno profuso per migliorare costantemente la qualità del prodotto, dei voli pindarici condotti con colleghi e produttori per esplorare nuovi percorsi di valorizzazione di un alimento che rappresenta un elemento sacro nella vita di ogni pugliese, parte integrante dell’identità culturale ed gastronomica della nostra regione.

Con Stefano Caroli, Presidente dell’Associazione Frantoiani di Puglia, ho trascorso giornate indimenticabili, dall’Expo di Milano, alle centinaia di iniziative per diffondere la cultura dell’olio, alle lunghe giornate di brain storming per stilare l’ambiziosa lista delle idee da realizzare per restituire all’extravergine di Puglia il valore che non è pienamente riconosciuto nel contesto nazionale. Con lui, e con tutti i colleghi frantoiani che ho incontrato, si è stabilito un rapporto personale che va al di là delle formalità professionali.

Tuttavia, la gioia pura e cristallina legata ai momenti trascorsi con loro è oggi un ricordo. Incrocio sempre più spesso occhi segnati dallo smarrimento e dalla paura, ed io mi sento goffa ed impacciata nel tentare di accostarmi al loro dolore.

Il principale timore dei frantoiani è la rappresentazione di un momento, presumibilmente non troppo lontano, in cui la disponibilità di olive sul territorio ed il conseguente crescente prezzo, impedirà loro di portare avanti l’attività di trasformazione. Non si tratta solo della minaccia della perdita di un lavoro. Molti frantoiani hanno ereditato l’attività da nonni e genitori, investito tempo e denaro per migliorare l’azienda, coltivando il sogno di lasciare ai loro figli il testimone. È, quindi, anche una questione di identità oltre che di imprenditorialità.

Dei circa 1200 frantoi censiti in Puglia, trecento presenti nella provincia di Lecce non potranno contare su una produzione di olive che giustifichi la loro apertura alle porte dell’imminente campagna olearia. Alla luce di queste premesse rileggo la recente dichiarazione di Stefano Caroli "La Puglia olearia si ritrova ad affrontare contemporaneamente una minaccia, la Xylella, e un’opportunità, la Misura 4.2 del PSR, che consentirà ai frantoiani di innalzare il livello tecnologico degli impianti. Questi argomenti, apparentemente distinti, rappresentano un unicum. L'opportunità di un rinnovo completo delle macchine potrebbe essere vano se non si prende coscienza della minaccia della Xylella che avanza inesorabile e che, se non contenuta, sottrarrà la materia prima necessaria per dare ragione all'esistenza dei frantoi in Puglia e, probabilmente, nel resto d'Italia che si approvvigiona di olive della Puglia". Queste parole sono estremamente chiare e spiegano lo spirito della iniziativa appena conclusa, un viaggio dei frantoiani, della regione Puglia e non solo, nei siti colpiti dal batterio, per comprendere e poter essere partecipi collaborativi delle istituzioni.

Il desiderio di comprendere nasce dalla consapevolezza che non si può restare immobili ed indifferenti, ma che è necessario creare una rete di collaborazione e partecipazione con il mondo della ricerca e le istituzioni. Il viaggio in Salento è stato anche un percorso spirituale, per mostrare solidarietà alla comunità di frantoiani salentini che teme che, all’interno della stessa categoria, si possa ritenere la sciagura della Xylella un fenomeno relegato all’estremità geografica più remota del tacco d’Italia. L’itinerario è stato immaginato come un percorso di acquisizione di consapevolezza e di ascolto. La parola è stata data a Pierfederico La Notte (Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante - CNR, Bari) e Francesco Porcelli (Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti, Università di Bari), ricercatori che stanno dedicando la vita ad indagare e proporre approcci in grado di tutelare un patrimonio paesaggistico unico al mondo di cui gli olivicoltori pugliesi sono stati secolari custodi. La Notte e Porcelli, come certificato dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), hanno contribuito, nell’ambito dei rispettivi enti di ricerca ed in collaborazione con un vasto gruppo di colleghi, a individuare la connessione del ceppo di Xylella Fastidiosa subspecie Pauca (proveniente dalla Costa Rica) con il complesso del disseccamento rapido dell’olivo che affligge gli oliveti salentini e ad identificare la sputacchina (Philaenus spumarius) quale principale vettore di trasmissione del batterio.

L’idea di concedere l’opportunità di toccare con mano gli esiti funesti di una patologia a rapido decorso (una pianta muore nell’arco di tre/quattro anni dalla manifestazione dei sintomi) è servita per superare l’approccio tradizionale basato sulla divulgazione di immagini a cui gli operatori, come tutti i cittadini moderni costantemente aggrediti da rappresentazioni di drammi e dolore, sembrano assuefatti. Esiste una sorta di anestesia emotiva determinata dal rifiuto della sofferenza, che rischia di portare a volte alla negazione della realtà e all’allontanamento da chi vive un problema anziché all’empatia.
I frantoiani del nord barese hanno avuto modo di guardare e, come San Tommaso, di toccare. Al ritorno dal viaggio gli sguardi erano mutati, una presa di coscienza interiore ed una assunzione di responsabilità individuale aveva sostituito la vivacità dello sguardo spavaldo di chi era partito immaginando che, complice del batterio, ci fosse, nel profondo sud della Puglia, “l’olivicoltura salentina”. Infatti, tra le tesi circolanti negli ultimi anni, c’è anche il luogo comune che l’olivicoltura salentina sia un modello di gestione unico e con connotazioni esclusivamente negative. Il viaggio ha dato la prova che il Salento è un mosaico complesso di approcci all’olivicoltura, ed il batterio non ha risparmiato neanche i più meticolosi olivicoltori che, orientati a produzioni di eccellenza, erano andati oltre le comuni best practices agronomiche.

Come su un vagone delle montagne russe, al giro dalla morte, con il senso di terrore e smarrimento suscitato dal panorama del Ponte dei Sauli, abbiamo visto gli spiragli di una luce alla fine di un tunnel, il campo sperimentale degli innesti di Giovanni Melcarne: una possibile strada per cercare di rallentare, e auspicabilmente di fermare, la diffusione del batterio.

Due essenzialmente le strade percorribili indicate dai colleghi La Notte e Porcelli: il controllo del vettore e la sostituzione della chioma delle piante di ogliarola e cellina con cultivar resistenti come Leccino e FS17.

La prima sosta dell’autobus è stata infatti illuminante: due oliveti confinanti, un primo di ogliarola, totalmente distrutto, un secondo di leccino, florido e vigoroso. A separarli meno di un metro di confine costituito da un sentiero d’accesso ai mezzi agricoli. L’evidenza palese ha subito suscitato una serie di domande caratterizzate da un alto grado di competenza tecnica: la risposta degli esperti è che studi hanno dimostrato che la varietà leccino mette in atto una reazione, sotto un controllo multigenico, che le consente di mantenere bassi i livelli del batterio all’interno dello xilema. Inoltre, il campionamento del vettore prelevato in piante di leccino infette ha dimostrato che la carica microbica acquisita dalla chiome da parte della sputacchina, rilevata con metodi molecolari, è estremamente bassa, quindi con una capacità di contagiare nettamente minore di quanto accada per gli insetti che si alimentano sulle foglie di ogliarola in piante infette.

La tecnica dell’innesto con varietà resistenti come il leccino è da considerarsi una possibile forma di profilassi, cioè un sistema (benché siano necessarie osservazioni di lungo periodo) di prevenzione e di arresto dell’ascesa del fronte geografico della patologia, se accompagnato da un buon livello di controllo del vettore.

Francesco Porcelli ha infatti spiegato: "Immaginiamo uno scenario utopistico in cui nella fascia di contenimento, nella fascia cuscinetto ed oltre, riuscissimo ad innestare ogni pianta con cultivar resistenti, l’inoculo in campo diventerebbe talmente basso che i vettori in campo in grado di infettare sarebbero estremamente rari (< 3%). Una situazione del genere renderebbe il controllo del vettore estremamente efficace per auspicare una verosimile eradicazione del patogeno dal territorio. Infatti un intervento in grado di ridurre la popolazione iniziale di sputacchina del 50%, consentirebbe di portare la popolazione infetta ad una percentuale dell’1,5%, con interventi successivi si possono raggiungere livelli di trasmissione dell’ordine dei decimali. Al contrario, se non si intervenisse con il rinnovo delle chiome con cultivar resistenti nelle zone attualmente indenni, ma sostanzialmente caratterizzate da una olivicoltura dominata dalle cultivar suscettibili, ogliarola e cellina, la popolazione dei vettori infetti diventerà così vasta da non poter essere efficacemente controllata".

Le misure fitosanitarie di controllo meccanico del vettore (lavorazioni superficiali, trinciatura ed interramento della vegetazione spontanea) saranno quanto più efficaci se ogni agricoltore ed amministratore pubblico riuscirà a superare la percezione che si tratti di una mera imposizione di regole dall’alto e prenderà coscienza dell’interesse che ha, a livello individuale e collettivo, di tutelare il territorio in cui opera.
Pierfederico La Notte ha spiegato che l’innesto è una tecnica agronomica utilizzata da tempo immemorabile dai nostri olivicoltori per rinnovare la chioma degli alberi. Può essere fatto anche sulle piante infette per prolungare il decorso della malattia, al di là dei tre/quattro anni, in attesa di soluzioni più efficaci. Eseguito sulle piante sane, consente di preservare il tronco secolare e monumentale e il relativo valore paesaggistico. È un intervento da ritenersi “una tantum”, economico e che può essere realizzato autonomamente dallo stesso produttore. È, altresì, una tecnica reversibile che, in caso di individuazione di una cura efficace contro il batterio, consente di recuperare la biodiversità del portainnesto. A conforto di una tale azione, esistono, nella zona infetta, piante di ogliarola innestate più di quindici anni fa con leccino che non mostrano sintomi della malattia.

 

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