L'arca olearia
Per fare reddito nell'oliveto può essere utile tornare alla consociazione. Il futuro è l'agroforestry
L'agroforestazione si sta lentamente ma solidamente affermando in Europa e ancor più nel mondo, anche in campo olivicolo. C'è ancora moltissimo lavoro da fare per mettere a punto e divulgare i migliori modelli innovativi adatti alle varie situazioni
24 settembre 2015 | Adolfo Rosati
Che cos'è l'agroforestazione o agroforestry? E' la pratica agricola che prevede l’integrazione, sullo stesso terreno, di colture arboree (dal bosco agli alberi fuori foresta, ai frutteti/oliveti), con colture erbacee e/o con animali. Dunque, anche un oliveto pascolato e/o consociato con altre colture, dai tradizionali cereali a innovative consociazioni, come quella olivo-asparago selvatico-pollo (vedi articolo: Dall'olio extra vergine d'oliva non si guadagna? Ecco strade alternative per ricavare reddito dall'oliveto), è agroforestazione.
Quindi si tratta di pratiche che includono molti dei sistemi agricoli del passato, ma anche innovativi sistemi moderni che consentono di produrre di più sullo stesso terreno, ma in modo più sostenibile, grazie alla sinergia tra diverse colture e allevamenti, senza per questo rinunciare alla meccanizzazione e all'efficienza necessarie per avere un'agricoltura moderna e redditizia, che sfrutti al meglio tanto le più avanzate conoscenze di agro-ecologia, quanto le più moderne tecnologie. Un esempio di agroforestry moderna: consociare arboreti caducifoli (es. pioppeto, frutteto), con cereali o colture invernali, coltivate tra le file degli alberi, piantati a distanze perfettamente multiple della mietitrebbia. Questo consente di rendere produttivo il terreno nel periodo invernale quando l'albero non ha foglie e dunque non produce. La luce e l'acqua disponibili d'inverno vengono utilizzate dalla coltura consociata, la cui produzione si va ad aggiungere a quella dell'albero, senza nulla (o quasi) togliere a quest'ultima. Il sistema consociato è quindi più produttivo e conserva la meccanizzabilità del seminativo nudo. Ma ci sono altri vantaggi, per esempio l'albero pesca acqua e nutrienti in profondità e li restituisce in superficie, concimando la coltura con la sua lettiera di foglie e diminuendo l'inquinamento per lisciviazione dei fertilizzanti e l'eutrofizzazione. Aumenta la biodiversità e la stabilità del sistema nei confronti dei parassiti. L'ombra dell'albero può favorire in certe condizioni la coltura sottostante (o agli animali), fornendo opportunità di adattamento ai cambiamenti climatici. Fissando più carbonio (immagazzinato nei tronchi degli alberi piantati nei seminativi) l'agroforestry può contribuire anche a mitigare il cambiamento climatico.
Ma anche nell'oliveto, pur essendo l'olivo sempreverde, c'è spazio per l'agroforestazione! L'oliveto, infatti, per la natura eliofila dell'olivo, non riesce a sfruttare tutta la radiazione solare disponibile, in quanto se gli olivi vengono messi troppo vicini, smettono di fare olive ed olio e scappano in alto (producendo solo legno e foglie) in cerca di luce. E' stato calcolato dai colleghi spagnoli (Villalobos et al. 2006) che l'oliveto presenta la massima produzione di olio quando intercetta il 55% della luce disponibile. E il resto? Finisce a terra e viene convertita in erbe infestanti! Tanto vale allora che le infestanti vengano pascolate (risparmiando così anche il diserbo e la concimazione!) e trasformate in altro prodotto (carne, latte, uova). O tanto vale invece che la luce in eccesso venga sfruttata da una seconda coltura, ben studiata in modo che sia tecnicamente ed economicamente compatibile con la coltivazione dell'olivo.
Di tutto questo si è parlato il 12 settembre ad EXPO 2015, in una giornata dedicata appunto all'agroforestazione, organizzata dalla Federazione Europea per l'Agroforestry (Europan Agroforestry Federation, EURAF: www.agroforestry.eu), di cui lo scrivente è vicesegretario, in collaborazione con l'Associazione Italiana Agroforestazione (AIAF: www.agroforestry.it). L'evento, patrocinato da diverse istituzioni nazionali (AIAF, CNR, SISEF, SOI) e internazionali (Nazioni Unite, Commissione Europea e PEFC), si è diviso in una sessione mattutina, di respiro internazionale e una pomeridiana che ha affrontato le opportunità e i problemi dell'agroforestazione in Italia. Si è parlato sia di tecnica che di politica agricola e dei finanziamenti previsti per l'impianto di sistemi agroforestali nell'ambito della vecchia e della nuova programmazione della PAC, finanziamenti ottenuti anche grazie all'azione di lobby dell'EURAF presso la Commissione ed il Parlamento Europei.
Tra i relatori della mattina, sono intervenuti Rosa mosquera-Losada, presidente dell'EURAF, Adolfo Rosati del CREA, vicesegretario EURAF, Fabien Balager dellAFAF (Associazione Francese per L'agroforestazione), Simone Borelli della FAO e Tamas Szedlak della Commissione Europea e Faustine Baz-Defossez dell' European Environmental Bureau. Nel pomeriggio si sono succeduti Viviana Ferrario della Università IUAV, Marcello Mele dell'università di Pisa, Andrea Pisanelli del CNR, Giustino Mezzalira, presidente di AIAF, Bruna Gumiero dell'Universotà di Bologna. All'evento hanno partecipato anche innovative aziende agricole che hanno introdotto l'agroforestazione nei loro campi, come l'azienda Francesco da Schio e l'azienda Casaria di Masi.
Si è concluso che se l'agroforestazione si sta lentamente ma solidamente affermando in Europa e ancor più nel mondo, c'è ancora moltissimo lavoro da fare per mettere a punto e divulgare i migliori modelli innovativi adatti alle varie situazioni locali. L'Italia, rispetto alla Francia, all'Inghilterra ed altri Paesi europei, ma anche al Brasile, all'India, agli USA ed altri grandi Paesi, è indietro sullo sviluppo di questi innovativi sistemi, che possono consentire l'intensificazione ecologica dell'agricoltura.
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26 settembre 2015 ore 22:06E' veramente interessante quanto letto ,ma vorrei precisare che questi metodi di coltivazione "SCOPERTI"solo ora nei nostri territori erano la regola.Nei nostri oliveti si coltivavano piu' colture insieme e si soddifacevano le esigenze delle famiglie e dei paesi, mantenendo cosi la cura del territorio e della forza lavoro.LA MIOPIA E L'AVIDITA'hanno fatto si che oggi importiamo anche i semplici legumi dal di la' del mondo con una lunga fila di interrogativi .Aprire gli occhi non e' mai troppo tardi.Auguri!!
adolfo rosati
29 settembre 2015 ore 11:43Ringrazio per il commento e per l'interesse. Condivido che aprire gli occhi è meglio tardi che mai. Vorrei solo precisare che se è vero che le consociazioni si facevano già, l'agroforestazione di che trattasi non è un semplice ritorno al passato! Invece si tratta di riprendere pratiche e principi utili dal passato, se e quando questi erano più ecologici e sostenibili e di unirli alle migliori tecnologie sostenibili moderne, per creare sistemi più produttivi e sostenibili, ma anche calati nella realtà di oggi. Una volta la manodopera era quasi gratuita, si poteva seminare a mano, fare il giro attorno all'olivo con la mietilega, e presenziare il gregge durante il pascolo. Oggi, nella maggior parte dei casi (escluso forse l'hobbismo, che comunque non è trascurabile), non si può prescindere dalla seminatrice (magari su sodo), dalla mietitrebbia, dal recinto di rete o elettrico. Oggi i prezzi degli alimenti e dei prodotti ricavabili dal campo sono diversi, le regole per la vendita dei prodotti sono diverse, le esigenze e i valori dei consumatori sono diversi: bisogna tenerne conto. L'agricoltura del passato sarebbe forse sostenibile in termini ambientali, ma non economici. Occorre invece innovare i disegno aziendale perché tenga conto della realtà economico-ambientale, per raggiungere la sostenibilità economica, oltre che ambientale, dell'azienda.