L'arca olearia
Olivo e cambiamento climatico: quanto calore può sopportare la pianta simbolo del Mediterraneo?
Uno studio condotto su dieci cultivar di olivo italiane ha analizzato la resistenza al calore di foglie e germogli, individuando differenze significative tra varietà e fornendo indicazioni utili per la gestione agronomica
09 giugno 2026 | 12:00 | R. T.
Negli ultimi decenni il cambiamento climatico ha modificato profondamente le condizioni ambientali dell'area mediterranea. Inverni più miti, estati caratterizzate da ondate di calore intense e prolungate, precipitazioni irregolari e una crescente frequenza di eventi estremi stanno ridefinendo gli equilibri produttivi delle principali colture arboree.
L'olivo è tradizionalmente considerato una specie ben adattata agli ambienti caldi e aridi. La sua distribuzione naturale si concentra tra il 30° e il 45° parallelo di latitudine e la coltura è storicamente associata ai climi mediterranei. Tuttavia, la percezione secondo cui l'olivo sia praticamente immune agli effetti delle alte temperature rischia di essere fuorviante.
Se in passato il principale fattore limitante era rappresentato dalle gelate, oggi gli eventi di caldo estremo stanno assumendo un'importanza crescente. Comprendere quali siano le soglie di danno termico e le differenze di risposta tra cultivar diventa quindi essenziale per orientare le strategie di adattamento dell'olivicoltura.
Come si misura il danno da calore nelle piante
Lo stress termico può essere definito come l'insieme delle condizioni di temperatura capaci di provocare danni irreversibili alle funzioni fisiologiche della pianta. Tra i primi bersagli delle alte temperature vi sono le membrane cellulari, strutture fondamentali per mantenere l'integrità dei tessuti e regolare gli scambi di sostanze tra interno ed esterno della cellula.
Quando il calore supera determinate soglie, le membrane perdono stabilità e aumentano la loro permeabilità. Di conseguenza gli elettroliti contenuti nelle cellule fuoriescono verso gli spazi extracellulari. Questo fenomeno può essere utilizzato come indicatore diretto del danno subito dal tessuto vegetale.
Per valutare la tolleranza termica dell'olivo, i ricercatori hanno confrontato due tecniche di analisi. La prima è la misura della dispersione degli elettroliti, nota come electrolyte leakage, che quantifica la perdita di sostanze ioniche dai tessuti danneggiati. La seconda è la spettroscopia di impedenza elettrica, una metodologia che misura le variazioni delle proprietà elettriche dei tessuti vegetali in seguito allo stress termico.

Dieci cultivar sotto esame
La sperimentazione ha coinvolto dieci cultivar di Olea europaea: Leccino, Frantoio, Maurino, Pendolino, Moraiolo, Carbona, Coratina, Diana, Simjaca e Urano. Le piante, allevate in vaso e mantenute in condizioni controllate, sono state sottoposte a incrementi graduali di temperatura fino a raggiungere valori potenzialmente letali.
I ricercatori hanno analizzato separatamente foglie mature e germogli dell'anno, poiché diversi organi della pianta possono mostrare differenti livelli di resistenza al calore. Le temperature sono state aumentate progressivamente fino a simulare condizioni di forte stress termico, consentendo di individuare la cosiddetta LT50, ossia la temperatura alla quale il 50% dei tessuti risulta danneggiato.
Questo parametro rappresenta uno degli indicatori più utilizzati per confrontare la tolleranza termica tra varietà diverse.
Foglie e germogli non reagiscono allo stesso modo
Uno dei risultati più interessanti emersi dalla ricerca riguarda la diversa sensibilità degli organi vegetativi. I germogli hanno mostrato una resistenza al calore generalmente superiore rispetto alle foglie.
In media, i danni significativi alle foglie si manifestano intorno ai 48 °C, mentre i germogli raggiungono livelli analoghi di danno attorno ai 50 °C. Questa differenza conferma che la tolleranza termica non può essere valutata considerando unicamente la pianta nel suo complesso, ma richiede l'analisi dei singoli tessuti.
Dal punto di vista agronomico il dato è particolarmente rilevante, poiché le foglie costituiscono il principale organo fotosintetico e risultano quindi determinanti per la produttività e l'accumulo di sostanze di riserva.

Le cultivar più resistenti alle alte temperature
L'analisi delle temperature letali ha permesso di classificare le cultivar in differenti gruppi di tolleranza.
Leccino si è confermata la varietà più resistente, con valori di LT50 pari a circa 52,8 °C nelle foglie e 50,3 °C nei germogli. Prestazioni analoghe sono state osservate per Frantoio, che ha mostrato soglie di danno rispettivamente di 52,3 °C e 50,5 °C. Anche Coratina e Carbona hanno evidenziato livelli elevati di termotolleranza, con temperature letali superiori ai 50 °C.
Un gruppo intermedio comprende Maurino e Diana, con valori prossimi ai 49-52 °C a seconda dell'organo considerato. Moraiolo e Pendolino hanno invece manifestato una sensibilità leggermente maggiore, con temperature critiche comprese tra 48 e 51 °C.
La cultivar più vulnerabile è risultata Simjaca, caratterizzata da valori di LT50 attorno ai 46-47 °C sia nelle foglie sia nei germogli. Anche Urano ha mostrato una sensibilità relativamente elevata rispetto alle altre varietà esaminate.
Perché questi dati sono importanti oggi
Le temperature identificate nello studio possono apparire molto elevate rispetto alle normali condizioni atmosferiche. Tuttavia è necessario distinguere tra temperatura dell'aria e temperatura effettiva dei tessuti vegetali.
Le foglie esposte alla radiazione solare diretta possono raggiungere temperature significativamente superiori a quelle dell'ambiente circostante. Nelle specie mediterranee sono stati registrati incrementi compresi tra 4 e 8 °C rispetto all'aria, mentre in alcuni casi il surriscaldamento può arrivare a 10-15 °C.
Ciò significa che durante un'ondata di calore con temperature atmosferiche di 40-42 °C, alcune porzioni della chioma potrebbero avvicinarsi alle soglie di danno individuate sperimentalmente, soprattutto in presenza di deficit idrico che limita il raffreddamento evaporativo.
L'interazione tra caldo e siccità rappresenta infatti uno degli aspetti più critici per l'olivicoltura del futuro.
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