L'arca olearia
Olio extravergine di oliva e blockchain: tutelare il Made in Italy con la tecnologia
L’adozione della blockchain nella filiera dell’olio extravergine di oliva italiano potrebbe diventare una svolta contro le frodi e per la valorizzazione del Made in Italy. Superare lo scetticismo iniziale e concentrarsi su facilità d’uso, innovazione personale e condizioni strutturali delle aziende
11 giugno 2026 | 13:00 | R. T.
L’Italia si conferma il secondo produttore mondiale di olio d’oliva, con circa 300.000 tonnellate prodotte nel 2025/26, preceduta solo dalla Spagna e dalla Tunisia. Ma è nel segmento dell’extravergine di oliva (EVOO) che il nostro Paese gioca la partita più alta: oltre 50 prodotti a indicazione geografica, per un valore produttivo di 115 milioni di euro e un export che sfiora gli 86 milioni. Eppure, questo primato qualitativo si scontra quotidianamente con un nemico silenzioso: la contraffazione e l’etichettatura fuorviante. Il consumo interno raggiunge quota 440.000 tonnellate, mentre le esportazioni toccano le 387.000 tonnellate, ma episodi di frode rischiano di minare la reputazione del “Made in Italy” sia sui mercati domestici che internazionali. Secondo gli autori dello studio, i consumatori sono sempre più esigenti e chiedono garanzie verificabili sull’origine. L’Unione Europea ha reso obbligatoria la tracciabilità lungo tutta la filiera, ma gli strumenti tradizionali si rivelano insufficienti a restituire piena fiducia. È qui che entra in gioco la blockchain.
Una tecnologia su misura per le imprese familiari
La blockchain viene spesso descritta come un registro decentralizzato, immutabile e trasparente, in cui ogni transazione viene condivisa tra i partecipanti alla rete senza bisogno di un’autorità centrale. Per i produttori di olio EVOO, spesso piccole e medie imprese a conduzione familiare, questa tecnologia potrebbe rappresentare non solo un’innovazione tecnologica, ma anche un cambio di paradigma organizzativo e relazionale. A differenza di quanto avviene per i grandi attori dell’agroalimentare, il settore oleicolo italiano è frammentato, tradizionale e a basso tasso di digitalizzazione. Tuttavia, proprio qui risiede il potenziale della blockchain: rendere visibili e certificabili gli sforzi di produttori che investono tempo e risorse nella qualità, combattendo al contempo le frodi sull’origine. Lo studio, condotto da Deborah Bentivoglio, Giacomo Staffolani, Giulia Chiaraluce, Riccardo Biagioli e Adele Finco del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche, ha coinvolto 107 produttori italiani attraverso un questionario distribotto tra maggio e ottobre 2024 con il supporto del Consorzio Olivicolo Italiano. Il campione rispecchia la realtà media del settore: aziende prevalentemente micro (56%), situate per lo più nel Sud Italia (51%) e nel Centro (48%), con una forte presenza di sistemi biologici (46%) o convenzionali (43%). L’età prevalente degli imprenditori è compresa tra 41 e 60 anni (59%), e il titolo di studio si divide equamente tra diploma e laurea.
Le quattro spinte decisive all’adozione
Per analizzare i fattori che influenzano l’intenzione di adottare la blockchain, i ricercatori hanno utilizzato una versione estesa della Unified Theory of Acceptance and Use of Technology (UTAUT), aggiungendo parametri come la fiducia nella rete, l’innovatività personale e la disponibilità a pagare. I risultati, elaborati con la modellazione strutturale PLS-SEM, offrono un quadro chiaro e in parte sorprendente. La prima leva è l’expectancy di sforzo: i produttori sono disposti ad adottare la blockchain non perché credono che rivoluzionerà il settore, ma perché la percepiscono come facile da usare, a basso impegno e in grado di semplificare la gestione della filiera. L’effetto è statisticamente significativo (p=0,084). La seconda leva riguarda le condizioni facilitanti: chi sceglie la blockchain è convinto che la propria azienda disponga già delle risorse, delle infrastrutture e del personale qualificato per implementarla (p=0,053). In pratica, le imprese si sentono pronte dal punto di vista organizzativo. La terza spinta è l’innovatività personale dell’imprenditore, che risulta il fattore più influente (p=0,026). In un settore tradizionale e con scarso ricambio generazionale, la volontà individuale di sperimentare e di distinguersi dalla concorrenza diventa determinante. L’imprenditore innovativo non vede la blockchain come un costo, ma come uno strumento per valorizzare il proprio olio e ridurre i rischi percepiti. Infine, chi intende adottare la blockchain è anche disposto a pagare per il servizio annuale (p=0,000), dimostrando che l’intenzione si traduce in un concreto impegno economico.
Gli elementi che non contano (e sorprendono)
Quello che non influenza la decisione dei produttori italiani è altrettanto interessante. A differenza di quanto rilevato in altri studi sul vino o sulle supply chain agroalimentari, la performance expectancy, ovvero la convinzione che la blockchain migliori la produttività o le performance aziendali, non gioca un ruolo significativo. Per gli olivicoltori l’utilità pratica e il ritorno in efficienza non sono la molla principale. Allo stesso modo, l’influenza sociale non conta: non esistono opinion leader tecnologici o figure di riferimento che spingano all’adozione. Le reti locali si basano ancora su relazioni personali e non sulla pressione all’innovazione digitale. La fiducia nella rete blockchain, intesa come disponibilità a condividere dati con altri attori della filiera, non risulta determinante. I produttori, abituati a mantenere il controllo diretto delle informazioni, sono riluttanti a cedere dati sensibili a terzi. Questa diffidenza verso la trasparenza inter-organizzativa, più che un difetto della tecnologia, ne limita la forza trainante.
Le implicazioni per la politica e il mercato
I risultati dello studio offrono indicazioni preziose per chi vuole promuovere la digitalizzazione del settore oleicolo. Le politiche di adozione non dovrebbero puntare sull’astratto principio di efficienza, ma sulla creazione di piattaforme user-friendly, specifiche per le piccole e medie imprese. Serve formazione pratica, non teoria: i produttori devono imparare a integrare la blockchain nelle operazioni quotidiane, dal campo al frantoio, con funzionalità come la registrazione automatica dei lotti. Il governo e le associazioni di categoria dovrebbero affiancare agli incentivi finanziari veri e propri servizi di assistenza tecnica e competenze digitali dedicate. Inoltre, dato il ruolo centrale dell’innovatività personale, gli imprenditori più aperti al cambiamento possono diventare catalizzatori di diffusione, innescando quel meccanismo di influenza sociale che oggi manca. Infine, la disponibilità a pagare dimostra che l’investimento in blockchain può essere economicamente sostenibile se inserito in una strategia di valorizzazione più ampia. Non una tecnologia fine a se stessa, ma un’infrastruttura strategica per certificare l’origine, differenziare il prodotto e giustificare un prezzo più alto sul mercato nazionale ed estero.
Limiti e prospettive future
Come ogni ricerca esplorativa, anche questo studio presenta dei limiti. Il campione, seppur rappresentativo, è circoscritto a 107 produttori e a un’area geografica limitata. In futuro sarebbe auspicabile estendere l’analisi ad altri Paesi oleicoli leader, come Spagna e Grecia. Inoltre, lo studio si concentra sull’intenzione comportamentale e non sull’adozione effettiva: colmare questo divario richiederà osservazioni sul campo. Un’ulteriore criticità riguarda la validità discriminante di alcuni costrutti: in un settore poco digitalizzato come l’olivicoltura, modelli complessi come l’UTAUT possono generare sovrapposizioni concettuali nella mente dei rispondenti. I ricercatori suggeriscono per il futuro l’uso di modelli alternativi più semplici. Tuttavia, il quadro che emerge è chiaro: la blockchain non è più un’opzione per pochi pionieri. Per l’extravergine di oliva italiano, può diventare lo strumento per trasformare la tradizione in trasparenza, la frammentazione in valore condiviso e la diffidenza in fiducia certificata. Con una condizione: mettere al centro non la tecnologia, ma le persone che la useranno ogni giorno.
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