Bio e Natura
Per la moria di api sotto accusa l'imidacloprid
L’esposizione a neonicotinoidi, tra i più utilizzati in agricoltura e anche in olivicoltura, è da tempo considerata una delle possibili cause del costante declino della popolazione di api in tutto il mondo
02 dicembre 2016 | R. T.
Uno studio dell’Università di Trento (CIMeC e Dipartimento di Fisica), pubblicato oggi sulla rivista Scientific Reports indaga gli effetti che l’insetticida più usato al mondo (Imidacloprid) anche se presente nell’ambiente in concentrazioni ben al di sotto dei limiti letali, ha un effetto dannoso nel cervello degli insetti.
Le ripercussioni rilevate nel cervello delle api riguardano l’ambito della memoria, dell’orientamento e, per la prima volta viene dimostrata anche una connessione con la perdita dell’olfatto.
L’impiego di questo insetticida, derivante dalla nicotina e introdotto a partire dagli anni Ottanta come alternativa sicura al DDT, è stato regolamentato più volte negli ultimi anni da direttive nazionali e comunitarie ma il dibattito attorno alla pericolosità di queste sostanze soprattutto per gli invertebrati terrestri e gli insetti impollinatori è ancora aperto e acceso. Ad alte concentrazioni questo insetticida provoca nelle api convulsioni e morte.
Ma i problemi – come si rileva nello studio – si registrano anche a concentrazioni più basse. Si è osservato che, nonostante le restrizioni imposte dalle normative (ad esempio il divieto di irrorazione durante la fioritura in Trentino Alto Adige), l’assimilazione di questo pesticida da parte delle api rimane alta, come dimostrano le concentrazione rilevate nel cervello.
Un problema che potrebbe derivare dal mancato rispetto delle regole, dall’esposizione tramite altri canali (polvere o guttazione, traspirazione di acqua dalle foglie) oppure dalla persistenza di questa sostanza nell’ambiente nell’arco di vari mesi.
"I principi attivi di questo tipo di pesticidi – spiega Albrecht Haase del CIMeC – sono altamente neurotossici: si legano ai recettori della nicotina nelle sinapsi e bloccano il trasporto delle informazioni a livello cerebrale. Il nostro studio dimostra che i danni si rilevano non soltanto nelle funzioni avanzate, più sofisticate, del cervello delle api, ma anche in quelle di base, fondamentali, come l’olfatto. Un canale di comunicazione importante tra le api avviene infatti per via chimica, attraverso i feromoni. Cambiamenti anche molto piccoli legati alla riduzione dell’olfatto possono compromettere seriamente la vita di un alveare perché si riflettono sulla sua organizzazione sociale e sulla capacità riproduttiva della colonia. Ad esempio, se l’informazione sulla malattia dell’ape regina non arriva correttamente alla colonia, le api non avvieranno i meccanismi che stanno alla base della produzione di nuove regine e l’alveare sarà destinato al collasso".
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