Salute

Micotossine trovate in tutti i prodotti vegetali

Micotossine trovate in tutti i prodotti vegetali

Uno studio dell’Università di Parma, realizzato in collaborazione con Cranfield University, ha rilevato almeno una micotossina in tutti i 212 alimenti e bevande vegetali esaminati, dalle alternative alla carne alle bevande di avena, soia e mandorle. Le concentrazioni sono risultate inferiori ai livelli guida europei

01 settembre 2026 | 12:00 | T N

Le micotossine, sostanze tossiche prodotte naturalmente da alcune muffe, sono risultate ampiamente diffuse nei prodotti alimentari di origine vegetale commercializzati nel Regno Unito. A evidenziarlo è una ricerca condotta dall’Università di Parma insieme a Cranfield University, che ha preso in esame 212 prodotti acquistati nei negozi britannici.

Il campione comprendeva 212 alternative vegetali alla carne e bevande plant-based, tra cui hamburger, prodotti sostitutivi del pollo, salsicce vegetariane e vegane e bevande a base di avena, mandorle e soia.

I ricercatori hanno ricercato 19 differenti micotossine e almeno una è stata individuata in ciascuno dei 212 prodotti analizzati. Alcuni alimenti presentavano inoltre più micotossine contemporaneamente.

Cereali, legumi e semi sotto osservazione

La presenza di queste sostanze è legata principalmente alle materie prime utilizzate per la produzione degli alimenti vegetali. Cereali, legumi e semi possono infatti essere contaminati da muffe durante la coltivazione o successivamente, nelle fasi di raccolta e conservazione.

Il fenomeno non riguarda quindi esclusivamente gli alimenti vegetariani o vegani, ma può interessare in generale le produzioni agricole di origine vegetale. Nei prodotti plant-based, tuttavia, la complessità delle formulazioni può rendere più articolata la valutazione dell'esposizione.

Un hamburger vegetale, per esempio, può contenere contemporaneamente proteine e farine ottenute da diversi cereali e legumi, oltre a semi e altri ingredienti di origine vegetale. La contaminazione presente nei singoli componenti può quindi contribuire all'esposizione complessiva.

I livelli restano sotto i valori di riferimento

Il dato sulla presenza delle micotossine deve essere interpretato alla luce delle concentrazioni misurate. Secondo i ricercatori, i livelli riscontrati nei prodotti britannici sono rimasti al di sotto dei livelli guida europei.

La semplice rilevazione di una micotossina, quindi, non significa automaticamente che l'alimento rappresenti un pericolo per il consumatore. Il rischio dipende dalla sostanza presente, dalla concentrazione, dalla quantità consumata e dalla frequenza di esposizione.

I risultati, secondo gli autori, testimoniano anche l'efficacia degli standard di qualità e dei sistemi di controllo adottati dall'industria alimentare britannica.

L'attenzione si sposta sull'esposizione nel lungo periodo

La principale questione sollevata dalla ricerca riguarda l'esposizione ripetuta a basse quantità di micotossine.

Il consumo occasionale di un prodotto contenente livelli molto bassi di queste sostanze difficilmente rappresenta, da solo, un motivo di particolare preoccupazione. Il quadro può essere diverso quando l'esposizione si ripete nel tempo e coinvolge numerosi alimenti della dieta quotidiana.

Alcune micotossine, in presenza di esposizioni elevate o prolungate, sono state associate a effetti dannosi sul fegato e sui reni, alla compromissione del sistema immunitario e, nel caso di alcune specifiche sostanze, a effetti cancerogeni.

I ricercatori sottolineano tuttavia che questi risultati non dimostrano che una dieta vegetariana o vegana sia dannosa. L'obiettivo è piuttosto comprendere meglio l'esposizione complessiva dei consumatori, soprattutto alla luce della crescente diffusione degli alimenti plant-based.

La sfida dei nuovi alimenti

Andrea Patriarca, Senior Lecturer in Mycology presso Cranfield University, sottolinea che le micotossine sono naturalmente presenti negli alimenti e non possono essere eliminate completamente.

Il problema, secondo l'esperto, emerge soprattutto quando sul mercato arrivano nuove categorie di alimenti per le quali non sono ancora disponibili sistemi di monitoraggio specifici. La crescente diffusione di prodotti vegetali trasformati e formulazioni composte da numerosi ingredienti rende quindi necessario aggiornare gli strumenti di valutazione del rischio.

La gestione delle micotossine deve coinvolgere l'intera filiera, dalla produzione agricola alle industrie alimentari. Il controllo delle materie prime, le condizioni di raccolta e conservazione e le tecnologie di trasformazione rappresentano elementi fondamentali per ridurre la contaminazione.

Una ricerca per orientare le politiche di sicurezza alimentare

I dati raccolti nello studio potranno essere utilizzati dalle autorità di sicurezza alimentare per migliorare le valutazioni dell'esposizione della popolazione britannica.

Università di Parma e Cranfield University stanno inoltre collaborando per stimare il rischio associato a differenti abitudini alimentari. L'obiettivo è stabilire come possa cambiare l'esposizione alle micotossine in funzione della composizione della dieta e individuare eventuali categorie di consumatori più vulnerabili.

Il messaggio della ricerca è quindi meno allarmistico di quanto potrebbe suggerire il dato iniziale: micotossine in tutti i 212 prodotti analizzati non significa 212 alimenti pericolosi. Significa piuttosto che queste sostanze sono estremamente diffuse nelle materie prime agricole e che la loro presenza deve essere valutata considerando concentrazioni, frequenza di consumo ed esposizione complessiva.

Per un mercato plant-based in rapida espansione, la sfida sarà dunque quella di accompagnare l'innovazione alimentare con sistemi di controllo e valutazione del rischio capaci di tenere il passo con la crescente complessità delle formulazioni.

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