Salute

Aumento del rischio di cancro della prostata con cibi ultraprocessati

Aumento del rischio di cancro della prostata con cibi ultraprocessati

Una nuova ricerca su oltre 17.000 uomini americani mostra che un consumo elevato di cibi ultra-processati – da bibite e cereali a snack e carni lavorate – è associato a un aumento significativo del rischio di tumore alla prostata

29 agosto 2026 | 12:00 | T N

Negli Stati Uniti, quasi il 60% delle calorie consumate dagli adulti e il 70% di quelle dei bambini provengono oggi da cibi ultra-processati (UPF). Si tratta di prodotti industriali come bevande gassate, cereali confezionati, snack, carni lavorate e piatti pronti, realizzati con grassi raffinati, oli, zuccheri, amidi, sale e additivi che migliorano sapore, consistenza e durata, spesso a scapito del valore nutrizionale.

Un crescente corpus di studi ha già collegato questi alimenti a obesità, disturbi metabolici, infiammazioni, malattie cardiovascolari e mortalità precoce. Ora, una ricerca della Florida Atlantic University (Charles E. Schmidt College of Medicine) pubblicata su The American Journal of Medicine aggiunge un tassello preoccupante: un consumo elevato di UPF è associato a un rischio di cancro alla prostata fino al 30% più alto.

I numeri dello studio

I ricercatori hanno analizzato i dati rappresentativi a livello nazionale di 17.024 uomini statunitensi di età pari o superiore a 18 anni, partecipanti al National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) tra il 2003 e il 2023. Per stimare l'assunzione di UPF, sono stati valutati due richiami alimentari di 24 ore per ciascun partecipante, classificando gli alimenti con il sistema NOVA, ampiamente validato. Gli uomini sono stati suddivisi in quattro gruppi, dal consumo più basso (meno del 20% delle calorie da UPF) a quello più alto (oltre il 44%).

Rispetto al gruppo con il minor consumo, gli uomini nei tre gruppi a maggiore assunzione mostravano un rischio di cancro alla prostata superiore del 29%, e nei due gruppi più alti il rischio saliva al 30%. Dopo aver corretto i dati per età, etnia, fumo e condizioni di povertà, l'aumento del rischio si attestava tra il 24% e il 31%. Nel gruppo con il consumo massimo si osservava un possibile incremento del 34%, ma il dato non ha raggiunto la significatività statistica, probabilmente a causa del numero ridotto di casi in quella fascia.

Paragone con il tabacco

Il senior author dello studio, Charles H. Hennekens (già professore di Medicina e Medicina Preventiva alla FAU), ha sottolineato: «Tra gli uomini adulti di questa popolazione rappresentativa degli Stati Uniti, chi consuma maggiori quantità di UPF ha un rischio significativamente più alto di sviluppare successivamente un cancro alla prostata. Questi risultati si aggiungono alle prove emergenti sugli effetti avversi degli ultra-processati e sottolineano la necessità di studi osservazionali su larga scala e trial randomizzati per testare adeguatamente l'ipotesi».

Gli autori paragonano la situazione a quella del tabacco: le prove sui pericoli delle sigarette cominciarono ad accumularsi a metà del secolo scorso, ma occorsero decenni prima che politiche efficaci riducessero il fumo. «Ridurre il consumo di UPF è una sfida complessa – ha aggiunto Timothy De Ver Dye, co-autore e presidente del Dipartimento di Salute di Popolazione – soprattutto data la loro diffusione e accessibilità. Gli operatori sanitari devono riconoscere che molti pazienti incontrano barriere nell'accesso a cibi più sani. Servono sforzi che vadano oltre le scelte individuali, per garantire un maggiore accesso a cibi nutrienti e minimamente trasformati».

Un peso globale

Il cancro alla prostata è una delle principali sfide oncologiche: l'American Cancer Society stima che nel 2026 oltre 333.000 uomini negli USA riceveranno questa diagnosi e più di 36.000 moriranno a causa della malattia. A livello mondiale, nel 2022 sono stati diagnosticati quasi 1,5 milioni di casi, con circa 400.000 decessi, secondo l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro.

«Tutti gli operatori sanitari dovrebbero incoraggiare i pazienti ad adottare stili di vita sani e terapie basate su prove di efficacia, aiutandoli anche a ridurre il consumo di ultra-processati – ha concluso Hennekens –. Pazienti e medici dovrebbero considerare questi risultati nell'ambito di sforzi più ampi per promuovere scelte alimentari più salutari».

Lo studio, sebbene osservazionale e non in grado di dimostrare una causalità diretta, rafforza la richiesta di interventi pubblici e di una maggiore consapevolezza sui rischi di una dieta sempre più industriale, in un Paese dove il cibo "reale" sta lasciando sempre più spazio a quello "modificato".

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