Salute

Dal pomodoro un aiuto contro il cancro alla prostata

In fase preventiva, il pomodoro avrebbe un ruolo chiave. Le probabilità che insorga il tumore alla prostata si riducono se si consumano almeno 10 porzioni di pomodori nell'arco di una settimana. Il licopene ridurrebbe anche lo sviluppo del cancro e quindi preserverebbe la salute di milioni di persone

28 agosto 2014 | T N

Da una ricerca condotta dalle Università di Bristol, Cambridge e Oxford e pubblicata su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention emergerebbe che il tumore alla prostata è meno probabile se si consumano almeno 10 porzioni di pomodori nell'arco di una settimana.

I ricercatori hanno analizzato il regime dietetico e le abitudini di vita di 20 mila uomini britannici arrivando alla conclusione che coloro che consumavano la porzione indicata a avevano il 18 per cento in meno di rischio di ammalarsi di cancro alla prostata.

Che venga consumato crudo, cotto o sotto forma di succo poco importa: a fare la differenza è infatti il licopene, un potente antiossidante capace di proteggere l'organismo dai danni cellulari che, a differenza di molte sostanze contenute in frutta e verdura, conserva una buona biodisponibilità anche dopo la cottura.

Il licopene ridurrebbe i fattori infiammatori coinvolti nel processo tumorale e ritarderebbero lo sviluppo del cancro.

I ricercatori britannici hanno anche evidenziato le proprietà antitumorali del selenio, contenuto nella pasta e nel pane, e del calcio, presente nei latticini.

Nei paesi sviluppati il cancro alla prostata è la prima forma tumorale per diffusione e la percentuale di anziani che ne sono immuni si va via via riducendo, anche grazie all'allungamento della vita media.

Oltre ai pomodori, per ridurre al minimo il pericolo del cancro gli uomini dovrebbero consumare in genere più frutta e verdura, nella misura delle ormai note cinque porzioni, che abbasserebbero il rischio del 24 per cento.

"I pomodori possono essere un fattore chiave nella prevenzione del cancro prostatico" ha concluso Vanessa Er, della School of Social and Community Medicine presso la Bristol University.

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