Salute

QUANDO LA CLASSE MEDICA NON TROVA UN ACCORDO. LA VITAMINA E AL CENTRO DELLO SCONTRO

Le proprietà salutistiche delle vitamine sono conosciute da tempo. Studi hanno approfondito gli effetti benefici della E, nota anche come molecola antinvecchimento. Una ricerca negli Usa ora ne rivela la pericolosità, ad alte dosi, per i diabetici. I neozelandesi sostengono invece il contrario. A chi credere?

30 aprile 2005 | Graziano Alderighi

Il termine vitamina E indica una famiglia di composti che ruotano intorno all'alfa-tocoferolo.
La famiglia può essere divisa in due gruppi: i tocoferoli e i tocotrienoli.
In totale abbiamo otto forme, quattro tocoferoli (alfa, beta, gamma e delta) e quattro tocotrienoli (alfa, beta, gamma e delta).
Non tutte le forme hanno la stessa attività biologica. Infatti nel plasma umano sembra sia presente e attivo il solo alfa-tocoferolo; ciò dipende dal fatto che la proteina che trasporta la vitamina E (alfa-TTP) riconosce selettivamente l'alfa-tocoferolo. Anche i sali di vitamina E devono infatti essere convertiti in alfa-tocoferolo per essere attivi.

L’azione della vitamina E è collegata alle sue proprietà antiossidanti.
La vitamina E interviene nella prevenzione delle patologie degenerative: oltre all’arteriosclerosi e all’artrosi, l’invecchiamento prematuro, la cataratta, il morbo di Alzheimer e di Parkinson.
Dal punto di vista cardiovascolare, è un leggero vasodilatatore, svolge attività antitrombotica e rinforza le pareti dei capillari.
Inoltre la vitamina E si è rivelata molto utile: nelle malattie gastrointestinali, nelle convulsioni nei bambini epilettici, nel rafforzamento del sistema immunitario, nei crampi notturni, spasmi muscolari associati a claudicatio intermittente, nella sindrome premestruale, nella radioterapia e nella chemioterapia, nella distrofia muscolare, nella sclerosi multipla, nel trattamento delle vene varicose, nella limitazione dei danni del fumo da sigaretta, nelle cefalee.
Non ci sono invece prove scientifiche della funzione della vitamina E sia come cicatrizzante sia come fattore attivo nella sfera sessuale.
Secondo alcuni studi l’effetto terapeutico della vitamina E in tutti questi campi si manifesta a forti dosi (almeno 200 mg al giorno). L’apporto medio di questa sostanza attraverso l’alimentazione ammonta a 12 mg e può essere difficilmente portato a 50 mg aumentando il consumo di germe di grano, oli vegetali, cereali integrali, grassi e frutti oleaginosi.

La nota della cardiologa americana Eva Lonn
Forti dosi di vitamina E, che secondo molti veniva considerata quasi alla stregua di un "elisir di giovinezza", non hanno alcuna efficacia nel proteggere da attacchi cardiaci e cancro. Al contrario, potrebbero costituire un rischio per le persone affette da diabete o da disturbi circolatori. È il risultato di uno studio condotto dalla dottoressa Eva Lonn, cardiologa dell'università americana McMaster.
Lo studio è stato condotto su 40mila donne in buona salute, che dall'assunzione della vitamina E non hanno ricevuto alcun beneficio. Mentre oltre settemila pazienti con diabete e disturbi circolatori hanno mostrato di essere soggetti ad attacchi cardiaci in misura lievemente maggiore rispetto a pazienti che non ne facevano uso.
I risultati dello studio sono stati pubblicati dal Journal of the American Medical Association.

Lo studio neozelandese
Uno studio di Ricercatori neozelandesi ha dimostrato che alti dosaggi di vitamina E migliorano, seppur in modo transitorio, la resistenza all'insulina.
Lo studio, preliminare, suggerisce che la vitamina E potrebbe avere un ruolo nel ritardare l'insorgenza di diabete di tipo 2 nei soggetti ad alto rischio.

Ottanta persone in sovrappeso ( BMI > 27 kg/m2 ) sono state assegnate in modo random a ricevere 800 UI/die di vitamina E o placebo per 3 mesi. Il dosaggio di vitamina E è stato poi aumentato a 1200 UI/die per altri 3 mesi. È stata osservata una riduzione dei marker di stress ossidativo ( a 3 mesi: - 27%; a 6 mesi: - 29% ). A 3 mesi la glicemia a digiuno e le concentrazioni di insulina sono risultate ridotte in modo significativo. Questi effetti, tuttavia, non sono stati visti a 6 mesi. Le concentrazioni plasmatiche di ALT ( alanina aminotransferasi ), un marker di danno epatico, hanno subito una significativa flessione per l'intero periodo dello studio.
Fonte: Diabetes Care, 2004

A chi credere?
Entrambe sono ricerche scientifiche valide e pubblicate su autorevoli riviste mediche, oltre che presentate a convegni e congressi.
Non possiamo dubitare dell’attendibilità dei dati forniti e delle conclusioni emerse.
Ci limitiamo quindi a qualche domanda.
Chi avrà ragione?
E se avessero ragione entrambe le equipe?
Popolazioni, regimi dietetici ed alimentari, stili di vita differenti possono dar luogo a risultati così discordanti?
Quanti, tanti dubbi.

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