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Olio d’oliva in Uruguay, opportunità per l’export italiano: qualità, prezzi e accordo Ue-Mercosur
Il mercato uruguaiano cresce, ma la Spagna occupa già una posizione dominante nelle importazioni. Per l’Italia le opportunità passano dalla valorizzazione dell’extravergine, dai segmenti premium e dalla capacità di ampliare i consumi oltre le nicchie gourmet
27 ottobre 2026 | 11:00 | C. S.
L’Uruguay rappresenta un mercato interessante per l’olio extravergine di oliva italiano, grazie alla progressiva diffusione di abitudini alimentari più salutari, alla crescente attenzione per la qualità e alla presenza di consumatori interessati ai prodotti gourmet. Il mercato rimane relativamente contenuto rispetto a quelli dei principali Paesi europei, ma offre margini di sviluppo perché l’olio d’oliva è ancora poco consumato rispetto agli oli di soia e di girasole.
L’analisi dell’Ufficio economico e commerciale dell’Ambasciata di Spagna a Montevideo, pubblicata da ICEX España Exportación e Inversiones, individua proprio in questa combinazione di crescita della domanda, sviluppo della produzione locale e interesse per i prodotti di qualità uno dei principali elementi di attrattività del mercato.
Per le aziende italiane, tuttavia, la prospettiva richiede una strategia precisa. Il riferimento competitivo è la Spagna, che nel 2025 ha raggiunto una quota del 40,7% delle importazioni uruguaiane di olio d’oliva, con 949.267 kg, contro i 259.969 kg del 2024. Un aumento di circa il 265% in un solo anno, che conferma la capacità degli operatori spagnoli di presidiare un mercato in espansione.
L’Italia può inserirsi in questo scenario facendo leva sulla riconoscibilità del proprio patrimonio oleario, sulla diversità delle cultivar e dei profili sensoriali e sulla possibilità di costruire un’offerta differenziata, senza limitare la competizione al prezzo.
L’export italiano cresce: 256 tonnellate nel 2025
I dati del commercio internazionale confermano che l’Italia è già presente sul mercato uruguaiano e che le esportazioni possono beneficiare dell’espansione della domanda.
Secondo le statistiche UN Comtrade rielaborate dalla Banca mondiale attraverso WITS, nel 2025 l’Uruguay ha importato 256,2 tonnellate di oli vergini di oliva dall’Italia, per un valore di circa 1,87 milioni di dollari. L’Italia si colloca così al terzo posto tra i fornitori di questa categoria, dopo Spagna e Argentina.
Il confronto con il 2024 mostra un mercato in forte evoluzione. Nelle statistiche uruguaiane relative alla voce doganale più ampia HS 1509, che comprende l’olio d’oliva anche raffinato, le importazioni dall’Italia risultavano pari a 93,7 tonnellate nel 2024, per un valore di circa 973 mila dollari. Nel 2025, invece, la sola categoria degli oli vergini ha raggiunto 256,2 tonnellate. I due dati non sono direttamente confrontabili, perché si riferiscono a classificazioni doganali differenti, ma indicano l’importanza di verificare la composizione degli scambi prima di calcolare i tassi di crescita.
Anche le statistiche sulle esportazioni dichiarate dai Paesi fornitori confermano la presenza italiana: per il 2025 riportano 315,8 tonnellate di oli vergini dirette in Uruguay, a fronte delle 140,4 tonnellate del 2024. La differenza rispetto ai dati dichiarati dall’Uruguay può dipendere dalle diverse modalità di rilevazione e registrazione degli scambi.
Il posizionamento italiano: differenziare l’offerta
La competizione con la Spagna e con i produttori regionali, in particolare l’Argentina, richiede di individuare segmenti nei quali l’origine italiana possa rappresentare un valore aggiunto riconoscibile.
Il primo è quello degli extravergini di fascia alta, con una proposta basata su cultivar, profili sensoriali, freschezza e tracciabilità. Le diverse varietà italiane consentono di proporre oli con caratteristiche differenti, dai profili delicati a quelli più amari e piccanti, rivolgendosi sia ai consumatori evoluti sia alla ristorazione.
Un secondo segmento riguarda gli oli a denominazione DOP e IGP. Queste certificazioni possono rafforzare la riconoscibilità territoriale e sostenere una strategia commerciale fondata sull’origine, purché accompagnate da informazione al consumatore e da una distribuzione coerente con il posizionamento di prezzo.
Un terzo spazio è rappresentato dai blend italiani, che possono offrire continuità qualitativa e caratteristiche sensoriali riconoscibili. In un mercato in cui il prezzo rimane una barriera all'acquisto, questa tipologia può aiutare a costruire un’offerta intermedia tra gli oli più accessibili e le referenze di fascia alta.
Dalla nicchia gourmet al consumo quotidiano
Uno degli elementi più interessanti dell’analisi ICEX è la possibilità di ampliare il consumo di olio d’oliva oltre il pubblico già sensibile alla qualità.
In Uruguay il 95% dei consumatori di AOVE intervistati lo utilizza soprattutto per condire le insalate, mentre il 57% lo impiega per saltare gli alimenti. L’olio è quindi associato prevalentemente a preparazioni nelle quali può essere valorizzato a crudo o in cottura, ma non è ancora un ingrediente altrettanto diffuso per la frittura.
Per gli esportatori italiani, questo suggerisce due linee di sviluppo complementari. Da un lato, occorre consolidare il segmento premium attraverso degustazioni, comunicazione sull’origine e collaborazione con ristoranti, gastronomie e negozi specializzati. Dall’altro, è opportuno promuovere l’impiego quotidiano dell’extravergine, con formati e fasce di prezzo compatibili con una maggiore frequenza d’acquisto.
La stagionalità costituisce un ulteriore fattore operativo. Poiché la domanda aumenta durante l’estate australe, tra dicembre e febbraio, gli importatori tendono a concentrare gli acquisti a settembre e ottobre. Per le imprese italiane, programmare per tempo le trattative commerciali, le spedizioni e le attività promozionali può quindi essere importante per arrivare sul mercato nel momento più favorevole.
Accordo Ue-Mercosur: opportunità da valutare sui dazi
L’accordo tra Unione europea e Mercosur potrebbe migliorare ulteriormente le condizioni per le imprese italiane, ma il beneficio concreto dipenderà dal calendario delle riduzioni tariffarie applicabili all’olio d’oliva e dalle condizioni previste per l’accesso al mercato.
Non si tratta, quindi, di un vantaggio economico da considerare automaticamente già acquisito. Le aziende dovranno verificare i dazi applicabili alle singole categorie, le regole di origine e gli eventuali requisiti documentali, confrontando il costo effettivo del prodotto importato con quello dei concorrenti spagnoli e sudamericani.
In questo contesto, l’Uruguay può rappresentare anche un mercato utile per rafforzare le relazioni commerciali con distributori attivi nel Cono Sud. La prossimità geografica dell’Argentina e la presenza di una produzione olivicola regionale costituiscono, tuttavia, elementi competitivi da considerare nella definizione dei prezzi e dei canali distributivi.
Le prospettive per l’Italia
Il mercato uruguaiano offre all’olio italiano un’opportunità concreta, ma non priva di ostacoli. L’aumento delle importazioni, l’interesse per prodotti di qualità e la possibilità di ampliare il consumo domestico costituiscono condizioni favorevoli. La leadership spagnola, la concorrenza argentina e la sensibilità dei consumatori al prezzo impongono però una strategia commerciale mirata.
Per le imprese italiane, la prospettiva più promettente è combinare il valore dell’origine con un’offerta articolata: extravergini premium e certificati per i consumatori più esigenti, blend di qualità per ampliare la base commerciale e formati adatti ai consumi domestici. L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto conquistare quote di mercato ai concorrenti, ma contribuire a sviluppare la domanda complessiva di olio d’oliva.
La crescita dell’export italiano verso l’Uruguay dipenderà, in definitiva, dalla capacità di trasformare il riconoscimento del Made in Italy in una proposta accessibile, distintiva e continuativa, sostenuta da importatori affidabili e da una presenza commerciale programmata in funzione della stagionalità locale.
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