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EFOI dà voce ai produttori europei di olive da mensa

EFOI dà voce ai produttori europei di olive da mensa

Italia, Spagna e Grecia danno vita alla European Federation of the Olive Industry, federazione che rappresenta gli interessi dell’industria delle olive da tavola nell’Unione europea

21 maggio 2026 | 15:30 | Giosetta Ciuffa

Tre Paesi del bacino del Mediterraneo uniti per una rappresentanza europea delle olive da mensa, un comparto che incontra sempre più l’interesse dei consumatori ed è dominato dalla produzione spagnola e greca, con i Paesi nordafricani che stanno scalando posizioni a ritmi serrati. Produttrice e importatrice è l’Italia: pur non raggiungendo le produzioni dei nostri vicini mediterranei in quanto a numeri, vuole assicurarsi un posto al tavolo europeo dove si decide del futuro del settore, in un momento storico caratterizzato da cambiamenti climatici, barriere doganali, necessità di una sostenibilità reale e, non da ultimo, concorrenza di Paesi terzi che possono contare sull’assenza di obblighi sociali e inferiore costo del lavoro. Italia, Spagna e Grecia hanno pertanto fondato EFOI - European Federation of Olive Industry, neonata federazione presentata il 18 maggio in Confagricoltura. Scopo: rappresentanza politica a Bruxelles. Promossa da Assom (Associazione olive da mensa), Asemesa (Associazione spagnola degli esportatori e industriali delle olive da mensa) e Pemete (Associazione panellenica dei trasformatori, confezionatori ed esportatori di olive da mensa), ha sede a Roma e per i primi due anni ne sarà a capo lo spagnolo Francisco Torrent Cruz, presidente di Asemesa. 

Negli ultimi 5 anni, la produzione europea è aumentata del 7% a fronte di un aumento mondiale dell’8%. Nella campagna 2024-25 in ambito Ue, sono state prodotte circa 858mila tonnellate di olive da tavola: in media, il mercato internazionale ne veicola oltre 3 milioni ogni anno (500mila prodotte in Spagna, 250mila in Grecia, 90mila in Italia, con player come Egitto e Turchia); in Europa i consumi ammontano a quasi 600mila tonnellate (dati Coi). I principali acquirenti del prodotto sono rappresentati dagli stessi Paesi produttori ma anche mercati molto lontani come Usa, Brasile e Canada. Il comparto presenta forte connotazione sociale, poiché crea occupazione in tutto il Mediterraneo, anche in zone rurali svantaggiate. Secondo le stime di Efoi, circa 80mila imprese agricole in tutta Europa sono coinvolte nella produzione di olive da tavola. 

“Le radici di Efoi sono state poste a Siena nel maggio 2024 in occasione della riunione Coi: per la prima volta partecipando per il settore delle olive da tavola ci siamo accorti che mancava una rappresentanza europea”, spiega Angelo Moreschini, presidente Assom. La neonata federazione europea agirà secondo quattro pilastri: “una rafforzata strategia di filiera con il mondo agricolo e olivicolo, impiegando ricerca scientifica e nuove tecnologie; una rappresentanza istituzionale: Efoi sarà interlocutore presso l’Ue per le esigenze specifiche del comparto, inoltre potrà intercettarne fondi e finanziamenti; la difesa degli standard di qualità e di sostenibilità; infine attenzione alla produzione globale valorizzando le nostre cultivar autoctone”. 

Il segretario generale di Asemesa Antonio De Mora concorda sull’importanza di una federazione europea che purtroppo mancava quando nel 2017 gli Stati Uniti hanno avviato un’indagine commerciale contro le olive nere provenienti dalla Spagna, accusando i produttori spagnoli di beneficiare di sussidi agricoli europei e di praticare dumping. “Dazi, Nutriscore, Mercosur sono temi su cui Efoi può far sentire la propria voce, come anche una catena di valore equilibrata. La filiera è costretta a osservare rigorosissimi standard che poi la concorrenza non fronteggia”. Con politica antidumping e antisussidi l’amministrazione Trump concluse che le aziende spagnole beneficiavano indirettamente di aiuti Ue e quindi dal 2018 sono stati imposti dazi che, evidenzia De Mora, hanno portato a perdere 320 milioni di export dal 2018 a favore del Nord Africa; quasi 20 milioni di euro sono stati investiti per mantenere le posizioni e riguadagnare quote di mercato. “Abbiamo mantenuto il 30% del mercato ma solo circa tre aziende sono riuscite ad esportare in Usa; le altre hanno rinunciato e ceduto la posizione. Un tema su cui la federazione avrebbe potuto dire la sua a livello europeo, forse avrebbe ottenuto un fondo di risarcimento o più peso verso gli Usa nelle negoziazioni sui dazi”. 

Sul Mercosur si è concentrato Kostas Zoukas, presidente Pemete: fondata nel 1970, i suoi membri coprono la grande parte dell’export greco di olive da tavola. “Non vogliamo mettere il Mercosur in discussione - dichiara - ma, mentre automotive o anche industria alimentare traggono vantaggio, il nostro settore va salvaguardato e per questo riteniamo fondamentali misure di sostegno con la Commissione europea”. Ovviamente Zoukas si riferisce alla (poca) reciprocità degli standard e delle tecniche di produzione cui devono sottostare gli agricoltori e le industrie Ue: “Per le esportazioni dai Paesi del Mercosur c'è riduzione in ingresso Ue fino allo zero, invece per noi rimangono al 12%. L’Argentina - e non solo - che produce più di 100mila tonnellate all’anno ne ha un gran vantaggio; inoltre abbiamo perso il mercato brasiliano, nel quale sono favoriti i Paesi aderenti all’accordo commerciale (50% Argentina, 30% Egitto e 10% Perù). Guardiamo quindi all’India dove i dazi sono al 36%”. Sull’assai popolosa India fanno affidamento in tanti da quando ci sono dazi e trattati commerciali; il consumo annuale è però ancora molto basso e l’Egitto domina oggi il 70% delle esportazioni, per via non di dazi favorevoli ma di costi bassi all’origine. In sintesi - conclude - la riduzione di dazi sola non è sufficiente e garantire la competizione è fondamentale in ogni trade agreement: non solo qualità ma anche tracciabilità, food safety e social compliance. Per chi ha norme in merito più ristrette, come gli europei, questo non può essere uno svantaggio. 

“Il tema commerciale è oggi difficile: i mercati non sono più regolati ma risentono degli eventi esterni. E nel Mercosur mancano accordi di reciprocità, ecco perché si è arrivati alla Corte di giustizia europea. O livelliamo verso il basso tutto, ma non vogliamo perché abbiamo costruito food safety e food security”, chiude Massimiliano Giansanti, presidente di Copa-Cogeca e Confagricoltura (e con Copa si valuteranno eventuali azioni condivise).

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