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Il nuovo colosso australiano-americano dell'olio di oliva
L’australiana Cobram Estate Olives, società quotata alla borsa di Sydney con una capitalizzazione superiore al miliardo di dollari, ha finalizzato l’acquisizione di California Olive Ranch. Il mercato statunitense dell'olio di oliva cambia
02 aprile 2026 | 12:00 | C. S.
La novità più dirompente per il mercato americano arriva dal fronte produttivo interno. Il 26 marzo 2026, l’australiana Cobram Estate Olives (società quotata alla borsa di Sydney con una capitalizzazione superiore al miliardo di dollari) ha finalizzato l’acquisizione di California Olive Ranch, dando vita al più grande produttore di olio extravergine degli Stati Uniti. L’operazione unisce oltre 3.200 ettari di uliveti californiani, più di un milione di alberi, in gran parte coltivati con metodi iperintensivi, con raccolta meccanizzata e un modello produttivo verticalmente integrato.
California Olive Ranch è già il primo brand domestico di extravergine a scaffale negli Stati Uniti e, con il supporto industriale e agronomico di Cobram Estate, il nuovo polo californiano è destinato a posizionarsi sempre più incisivamente nel segmento premium nel Paese, lo stesso spazio tradizionalmente occupato dalle DOP e IGP e dall’italiano 100% di alta gamma.
Per i piccoli produttori californiani e gli importatori di extravergine che operano negli Stati Uniti, si tratta di un segnale da non sottovalutare: la competizione sullo scaffale americano non arriva più solo dal prezzo o dai dazi, ma anche da un concorrente locale che punta sulla stessa narrazione di qualità, freschezza e territorialità, Made in USA, con il vantaggio di non essere soggetto ad alcun dazio e di poter garantire tempi di consegna più rapidi. L’olio extravergine di qualità importato si trova quindi di fronte a un altro concorrente strutturato, che offre un prodotto percepito come analogo a un prezzo spesso più accessibile.
Stati Uniti: mercato record, ma il panorama competitivo cambia
Nonostante l’incertezza commerciale legata ai repentini cambiamenti dei dazi, e l’inflazione locale, il mercato statunitense dell’olio d’oliva continua a crescere. Secondo le previsioni USDA, i consumi interni raggiungeranno le 478.000 tonnellate entro la fine del 2026: un record assoluto, in crescita per il terzo anno consecutivo, che posiziona saldamente gli Stati Uniti trai primi paesi consumatori al mondo, insieme a Italia e Spagna. Il fatto che la penetrazione dell’olio d’oliva nelle famiglie statunitensi sia cresciuta in 5 anni dal 30% al 48% (dato Nielsen 2025), anche se ancora lontana dal 90% dei paesi mediterranei, fa bene pensare al futuro della categoria.
A sostenere la domanda contribuisce la crescente attenzione verso la Dieta Mediterranea, promossa anche dalla Casa Bianca che ha incluso l’olio extravergine di oliva nelle nuove linee guida alimentari. Parallelamente, si osserva una maggiore diffusione del prodotto nel canale foodservice di fascia alta; qui la ristorazione punta ad allontanarsi dagli oli di semi, prediligendo l'olio di avocado e quello di oliva, entrambi percepiti come più salutari.
Il 97% dell’olio d’oliva consumato negli Stati Uniti è importato, un dato che conferma la centralità dei produttori mediterranei, ma che evidenzia anche la vulnerabilità strutturale del mercato rispetto a dazi e politiche commerciali nazionali. Sul fronte tariffario, infine, il quadro si è evoluto nel corso del trimestre.
Dal 24 febbraio 2026 è in vigore un dazio del 10% sulle importazioni di olio d’oliva negli Stati Uniti, introdotto per una durata di 150 giorni (in scadenza al 24 luglio 2026): pur rappresentando un onere aggiuntivo per gli esportatori, risulta inferiore al 15% precedentemente concordato tra UE e USA, e offre un vantaggio (almeno temporaneo) per i produttori europei e dell’area mediterranea.
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