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Muretti a secco patrimonio dell'umanità

Sono otto i Paesi che hanno posto la candidatura di questa arte, molto diffusa in collina e montagna, per la sistemazione agraria. I muretti a secco, secondo l'Unesco "svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l'erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l'agricoltura"

29 novembre 2018 | T N

L'Unesco ha iscritto "L'Arte dei muretti a secco" nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell'umanità, così dando il via libera alla proposta formulata da otto Paesi: oltre all'Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

È la seconda volta, dopo la pratica tradizionale della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, che viene attribuito questo riconoscimento a una pratica agricola e rurale.

"L'arte del 'Dry stone walling' riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull'altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra secco", spiega l'Unesco nella motivazione del provvedimento. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all'agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese. "Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l'ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l'uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l'applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo" in cui viene utilizzata, spiega ancora l'Unesco. I muri a secco, sottolinea l'organizzazione, "svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l'erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l'agricoltura".

Per Uncem una conferma di quanto sostenuto da tempo: quelle pietre una sopra l'altra, poste con eccezionale ingegno e capacità artistiche oltre che artigianali, sono la montagna viva. Quei muri, anche per costruire case e borghi, sono l'antidoto all’abbandono e al dissesto. Da una parte, il loro immenso valore per combattere fragilità dei versanti, fermare le frane, rallentare le valanghe, ridurre l'erosione, dall’altra la straordinaria consapevolezza che su quei terrazzamenti fatti in pietra vi sono imprese e imprenditori che resistono strappando porzioni di ettari all’invasione del bosco. Viti, olivi, alberi da frutto, piante officinali non potrebbero esserci senza quei muretti che rendono i versanti alpini e appenninici economicamente validi, "possibili" per le imprese agricole in particolare.
Oggi sono sempre meno le ditte e i privati cittadini che sanno costruire quei muretti. In alcune parti d'Italia, tanti piccoli Comuni hanno voluto coinvolgere nell'apprendimento delle tecniche per la realizzazione di muri a secco sia dei giovani, con progetti nelle scuole (non solo tecniche) e pure stranieri, richiedenti asilo. Perché integrazione si fa anche conoscendo il valore del patrimonio materiale, la sua storia e la sua dignità, oggi pienamente sancite dall’Unesco.
Uncem rinnova alle Regioni - e anche al Ministero dell’Ambiente e delle Politiche agricole e forestali - l’invito a investire delle risorse, da destinare ai territori tramite gli Enti locali montani, per la valorizzazione, la manutenzione, la costruzione e il rifacimento dei muretti a secco presenti sui versanti. Un'attività fondamentale per la prevenzione del dissesto idrogeologico: investire su quelle pietre fa risparmiare in protezione civile e nelle fasi post-emergenze, sempre più ricorrenti. Un investimento non certo oneroso, visto che per un metro quadrato di muretto a secco possono bastare 80 euro per la manutenzione. Le pietre ci sono già. La montagna potrà così festeggiare il riconoscimento dell'Unesco con interventi concreti e misurabili, a vantaggio delle comunità alpine e appenniniche, ma anche delle realtà urbane. Un metro di muro a secco in più è il primo passo per evitare che la montagna frani sulle città.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli – commenta il Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, sen, Gian Marco Centinaio - Il nostro Paese si fonda sull’identità. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e il nostro saper fare sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura. Non è un caso quindi che, dei 9 elementi italiani riconosciuti dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità, ben 4 appartengano al patrimonio rurale e agroalimentare. Un risultato che conferma l’importanza di questo comparto nel nostro Paese e quanto sia fondamentale, come Governo e come cittadini, non dimenticare mai le nostre radici. Ecco perché è necessario continuare a investire nella promozione e nella valorizzazione, anche a livello internazionale, delle nostre produzioni agroalimentari e dei nostri territori.”

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