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Il mondo dell'olio di oliva italiano visto dall'estero: ma che casino!

Il mondo dell'extra vergine nazionale ha molti difetti, dal rischio omologazione all'abuso del Km0 fino allo strapotere degli chef sul mondo agricolo. Dalle mancanze possono nascere spunti per far ripartire il volano della filiera olivicolo-olearia

06 ottobre 2017 | Marco Antonucci

GDO, Piattaforme, Km0, Istituzioni… Tutto quello che “gli altri” non vedono nella nostra olivicoltura.

“Non vorrai parlare di olio a Bordeaux: stai attento perché ne sanno più di noi in fatto di mercati!” Questo ammonimento di un amico mi ha accompagnato durante un recente laboratorio nella città francese e devo riconoscere che era appropriato in quanto alcuni colleghi relatori non italiani hanno tracciato una visione della nostra olivicoltura molto chiara e lucida, come solo un osservatore esterno, estraneo e preparato può fare, che cercherò di sintetizzare in queste poche righe.

Omologazione. L’Italia ha un patrimonio olivicolo che ci invidia il mondo. Nonostante ciò il prodotto finale sta perdendo personalità perché un senso di emulazione sta pervadendo il mercato: l’insicurezza dei produttori spesso interessati più alla resa immediata (sia economica che in frantoio) ha impedito la creazione di un volano, di un movimento capace di esportare uno “stile italiano”, focalizzandosi invece sulla presunta “tradizione” che spesso è un metodo gentile per camuffare la parola “vecchio”, come ben rappresentato dall’attore Banderas in una pubblicità. Il passato viene principalmente visto in stile nostalgico, mai critico, frequentemente rimaneggiato nella forma e non nella sostanza, con “strutture” che abusivamente vengono definite “marketing”.

Km0. Il cibo è confronto di culture, viaggio, sperimentazione, promozione del territorio, esportazione: cosa sarebbero le strade del vino in Toscana senza stranieri o il mondo senza Parmigiano o senza Prosciutto di Parma o l’olivicoltura mondiale senza Frantoio, Leccino, Moraiolo,.. “I produttori che esportano li riconosci perché sono gli unici che sorridono!” è un adagio che spesso si sente ripetere nelle fiere olivicole. Non dobbiamo ovviamente negare il concetto Km 0 ma non possiamo nemmeno abusarne a tal punto che in alcune guide non è possibile parlare di un vino o di un olio se la pianta non è autoctona della regione, come se il concetto di regione politica avesse un senso nel mondo agricolo, dove un Valtellinese ha più affinità con un coltivatore Svizzero che con uno Mantovano….

Canali di vendita. La disponibilità di extravergine all’estero non è veicolata dalla GDO italiana perché… Non c’è! Auchan e Carrefour (Francia), Metro (Germania), El Corte Ingles (Spagna), per fare qualche nome, sono diffusi ovunque e diventano veicoli dei prodotti del paese di provenienza. Esselunga, Iper, Coop praticamente non esistono all’estero. Eppure Eataly ha tentato questa strada vendendo il cibo e la cucina italiana all’estero e il risultato eccezionale è sotto gli occhi di tutti.

Piattafome. Una piattaforma unica che possa promuovere e vendere l’olio italiano nel mondo non c’è: ci sono tante piattaforme straniere che rivendono singoli produttori (su modello di Amazon o Alibaba) senza però avere un referente italiano, uno o più distributori in grado di “vendere” il mercato dell’olio italiano, come succede per esempio nel mercato francese con il vino.

Istituzioni. Il Pubblico ci mette i soldi spesso sprecandoli, promuovendo in altri continenti eventi senza coordinamento o duplicati: a volte in uno stesso paese Mipaf, Ice, Camere di Commercio, Consorzi, Regioni promuovono l’extravergine ignari gli uni degli altri, ma con un aspetto che li eguaglia tutti: la presenza di un irrazionale numero di delegati. Spesso poi intere schiere di funzionari escursionisti promuovono l’olio dove non c’è domanda o dove non si usa, perché non è stata fatta una minima ricerca di mercato. Oppure si promuove l’olio nelle ambasciate, nell’alta ristorazione, nei club esclusivi, mentre i nostri competitor Spagnoli o Greci lo promuovono al supermercato, nelle strutture ricettive, nella ristorazione e cioè dove l’olio viene consumato e non dove l’olio viene solo descritto.

Made in Italy. Chi può davvero valorizzare il prodotto italiano è chi lo produce: un’affermazione banale. Ma chi appare in televisione, chi va all’estero a promuovere il cibo italiano, chi è incaricato anche dal Mipaf per la valorizzazione della cucina italiana? I cuochi, possibilmente stellati. Non le aziende che producono il cibo, i viticoltori, i pescatori, i casari, i frantoiani: sembra quasi che al centro della catena alimentare non ci sia il prodotto, il produttore o il consumatore, ma lo Chef.

Semplice criticare, ma cosa fare? Aprire succursali italiane all’estero che poi non funzionano? Organizzare sagre in giro per il mondo? Fare lobbies? Si possono fare molte cose. Spesso però semplici azioni, economiche, di buon senso e ben organizzate sono sufficienti: per esempio aiutare le aziende a esportare, fornire loro logistica, traduttori, supporti per etichettatura e dogane, semplificare le pratiche burocratiche molte delle quali doppioni assolutamente inutili, dare voce e forza alle piccole e medie aziende, realizzare piattaforme, rendere conveniente produrre in Italia prodotti italiani usando l’agricoltura italiana, mantenere ben stretta l’arte di fare affinché le multinazionali siano disincentivate all’acquisto delle nostre maestranze e dei nostri marchi per replicarli all’estero. Ci riescono i Francesi, ci riescono gli Spagnoli che sono i nostri vicini di casa: possiamo riuscirci anche noi?

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