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L'olio extra vergine d'oliva non è tutto uguale, se ne accorge pure il Washington Post
Non è snobismo parlare di “buon olio d'oliva” secondo Jane Touzalin. L'extra vergine è un mondo molto vasto e spendere venti dollari per una bottiglia di olio biologico, magari con olive raccolte a mano, non è un “oltraggio”
30 settembre 2016 | T N
E' sempre molto interessante capire come sta mutando il setiment e l'opinione degli opinion leader verso l'olio extra vergine d'oliva. Se poi opinioni, pensieri e informazioni vengono veicolate da uno dei principali quotidiani americani, mercato dove l'Italia vende circa 100 mila tonnellate all'anno, allora un occhio di riguardo è indispensabile.
Siamo stati abituati a messaggi sprezzanti sull'olio nostrano (non che non ce lo siamo meritato), con l'aggiunta, a volte, di messaggi piuttosto superficiali e stereotipati.
Gli Stati Uniti, però, sono il Paese in cui tutto cambia molto rapidamente e allora non deve stupire troppo trovare sul Washington Post un articolo di Jane Touzalin pieno di consigli sensati e di qualche informazione che fa persino fatica a passare in Italia.
L'olio extra vergine d'oliva non è tutto uguale. E' legittimo parlare di “buon olio d'oliva” secondo la giornalista americana, implicitamente ammettendo che esistono anche i cattivi oli d'oliva. In effetti non basta rispettare i requisiti e i parametri di una categoria merceologica per passare immediatamente nella classe dei buoni.
L'autrice dell'articolo ha risposto all'obiezione di un lettore, piuttosto stupito di veder indicata in una ricetta l'espressione “buon olio d'oliva”, obiettando che anche il suo olio, probabilmente comprato a pochi dollari al supermercato (ndr miscela di oli comunitari ed extracomunitari), sapeva proprio di olio d'oliva, chiedendosi quindi se non fosse “snobistico” parlare di buon olio extra vergine.
Con un pragmatismo molto anglosassone Jane Touzalin ha fornito informazioni e opinioni di buon senso.
Il buon olio di oliva non ha solo un unico aroma “corretto” ma molti: amaro, piccante, fruttato, dolce... Alcune delle espressioni usate non fanno certo riferimento al vocabolario Coi ma comunque sono utili a far capire che nell'olio c'è una varietà di profumi e sapori, non standardizzabili.
Altro dato interessante inserito, per cui la recente legge italiana cade a pennello (ndr indicazione obbligatoria della campagna di produzione per il Made in Italy di un'unica annata), è la freschezza di un olio. Se proviene da più paesi, questo l'assioma dell'articolista, probabilmente sarà meno fresco di uno ottenuto e imbottigliato in un singolo paese. Ovviamente l'equazione non è sempre vera anche se è vero che spesso le miscele di oli di più provenienze non sono ottenuti da prodotti di un'unica annata.
Verissimo invece che in ogni nazione vi sono attestazioni di qualità e origine, citate le Dop per l'Italia, che garantiscono il prodotto secondo regole più ferree e precise della semplice categoria commerciale. Buona anche l'indicazione di riferirsi ai risultati dei concorsi internazionali per avere una scala di qualità, scegliendo poi l'olio preferito secondo i propri gusti ed esigenze.
Ma quanto deve costare un buon extra vergine? Almeno 15 dollari a bottiglia secondo Jane Touzalin, senza specificare il formato, ma spendere anche 20 dollari per un olio biologico e con olive raccolte manualmente non è un “oltraggio”.
Un'informazione snella, fondamentalmente corretta e rispettosa della scala di qualità dei vari extra vergini di oliva presenti sul mercato. La percezione dell'olio negli Usa sta cambiando, molto più rapidamente di quanto ci si possa aspettare. Un'ottima notizia per i produttori di extra vergine di qualità.
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