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L'olio extra vergine d'oliva cileno o australiano è meglio di quello spagnolo o italiano
Una nuova “sentenza” colpisce l'olio extra vergine di oliva europeo. Tutta colpa delle frodi, come l'abitudine di miscelare olio vecchio con olio nuovo oppure di miscelare oli di alta qualità con altri con caratteristiche scadenti. La legge non punisce questi comportamenti, il mercato a stelle e strisce sì
09 settembre 2016 | T N
Negli Stati Uniti il famoso scrittore Larry Olmsted, che ha recentemente pubblicato un libro sul fenomeno del “food fake” (ovvero della contraffazione sul cibo), ha dichiarato che è sconsigliabile acquistare e consumare olio extra vergine di oliva italiano o spagnolo, e invece vanno preferiti gli oli cileni o australiani.
E' già grave che un opinion leader metta in guardia verso gli extra vergini europei, se poi lo fa sulla base di documenti istituzionali, il fatto assume un'autorevolezza ancora maggiore.
In effetti la sua opinione si basa delle conclusioni del report della US International Trade Commission che metteva sotto accusa gli oli extra vergini di oliva italiani e spagnoli, svelando che una parte di quanto importato era frutto di contraffazione.
Nelle interviste rilasciate da Mr. Olmsted per il tour promozionale del proprio libro, lo stesso spiega che esistono tre livelli di frode per quanto riguarda l'olio extra vergine di oliva:
1) miscelare extra vergine con olio di soia o canola, indicando però che si tratta di extra vergine
2) miscelare “hight quality olive oil con low quality olive oil”, ovvero miscelare extra vergine con olio vergine o lampante, etichettandolo però come extra vergine
3) miscelare extra vergine con altro extra vergine proveniente però da precedenti campagne di raccolta, ovvero miscelare olio vecchio con olio nuovo
Da notare che, secondo la legge europea e italiana, gli ultimi due comportamenti, purchè il prodotto finale rispetti i parametri e gli standard definiti dal Coi, è assolutamente legale e non si può definire una frode.
E' chiaro che il consumatore, dopo aver letto tali informazioni e le opinioni di Mr Olmsted, sarà impaurito, disorientato e guardingo nei confronti dell'olio extra vergine di oliva in generale e di quello europeo in particolare.
L'immagine dell'olio extra vergine di oliva, e ancor più il Made in Italy, non sono verità rivelate, eterne e immutabili, ma dipendono fortemente dai sentimenti e dalle percezioni dei consumatori.
Se i consumatori americani considerano che la miscela di oli di bassa qualità con oli di alta qualità sono una “frode”, tale è, indipendentemente da quello che dice la legge.
Il mercato può essere un giudice molto più severo di quello che si può trovare nei tribunali. E l'Italia lo sa bene.
Nel 1993/94 la quota di mercato degli oli imbottigliati che arrivavano negli Usa (container < 18 kg) era dell'88%. Nel 2014/15 è passata al 58,2%.
In termini assoluti nel 1993/94 l'Italia esportava circa 125 mila tonnellate di oli d'oliva confezionati verso gli Usa. Nel 2014/15 ne ha esportati 122 mila tonnellate.
Nello stresso periodo i consumi di olio degli americani sono triplicati.
Non si può certo addebitare a Mr. Olmsted il calo dell'export italiano negli Stati Uniti negli ultimi anni.
L'immagine italiana era appannata già da molto tempo.
La novità è che vengono chiamati in causa anche gli spagnoli, oggi leader assoluti nell'export di olio di oliva sfuso negli Stati Uniti.
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