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Il land grabbing colpisce l'Europa. Lo shopping della finanza sull'agricoltura
L'agricoltura è probabilmente l'ultima vittima della finanziarizzazione. Ora i grandi gruppi e gli hedge funds non sono solo alla ricerca di campi nei paesi in via di sviluppo ma sono a caccia di affari anche in Europa. L'ultimo colpo sono 1700 ettari a cereali in Francia. I prossimi assalti potrebbero essere ai frantoi italiani
01 luglio 2016 | T N
Secondo la Banca Mondiale nel solo periodo da ottobre 2008 ad agosto 2009 sono state dichiarate acquisizioni di terreni agricoli per un'estensione di 46 milioni di ettari.
Uno studio successivo, basato sui dati forniti, in aprile 2011, a un congresso internazionale convocato dalla Land Deal Politics Initiative, ha valutato che gli accordi territoriali rappresentano 80 milioni di ettari, ovvero 2,5 volte l'estensione dell'Italia. Se preferite si tratta del 2% delle terre coltivabili a livello mondiale.
Il land grabbing, che ha visto come primi attori fondi americani e cinesi, si è concentrato soprattutto in Africa, in misura minore in Asia e nell'America Latina.
Il land grabbing si è sviluppato soprattutto agli inizi degli anni 2000 dopo il brusco innalzamento dei prezzi delle derrate agricole. L'utilizzo intensivo di terre vergini, e potenzialmente molto fertili, ha quindi fatto intravedere buone possibilità di guadagno per gli investitori alla ricerca di porti sicuri per i loro capitali in tempi a forte volatilità degli strumenti finanziari classici.
Dopo che, nel 2012, la Fao ha dichiarato una moratoria contro il land grabbing nei paesi poveri, la paura che le “Linee guida per i regimi fondiari e l’accesso alle risorse ittiche e forestali” potessero diventare legge, magari anche rendendo carta straccia i contratti già in essere, ha reso gli investitori più prodenti nell'assalto ai terreni africani.
La fame di terra, però, non è venuta meno. Ha semplicemente cambiato obiettivo.
Secondo un recente studio realizzato dal Coordinamento europeo Via Campesina e da Hands off the land, in Europa il 3% dei proprietari di terreni agricoli detiene il 50% di tutte le superfici agrarie.
Alcuni dati sono davvero impressionati: il 10% dei terreni agricoli in Romania fa capo a grandi gruppi economici stranieri; un fondo d'investimento inglese, Spearhead Capital, è proprietario di 80 mila ettari in Polonia, Romania, Repubblica Ceca.
Secondo Thierry Pouch, capo economista del reseau delle Chambres d'agriculture francese, solo il 20% dei terreni è di proprietà di aziende agricole.
L'assalto alle terre europee è più silenzioso, perchè i lotti di terreno comprati dai gruppi multinazionali e dagli hegde funds sono più piccoli delle grandi acquisizioni (40 mila ettari e più) fatte in Africa. Ma si tratta, pur sempre, di affari considerevoli.
Un gruppo di investimenti cinese, il Hong Yang, ha acquistato recentemente in Francia, nel dipartimento dell'Indre, nella storica regione del Berry, 1700 ettari di terreno adatto per la produzione di cereali. Il prezzo di acquisto è stato di 15 mila euro ad ettaro, contro un prezzo di mercato dell'area di 4 mila euro ad ettaro.
Insomma, non si tratta più di azione predatorie, ma di speculazioni a medio-lungo termine che scommettono sulla crescita del valore dei terreni agricoli in un mondo sempre più alla ricerca di cibo. L'investimento, da 25 milioni di euro, è considerata una piccola operazione in campo finanziario ma è sicuramente di portata impressionante in campo agricolo, anche in considerazione della modesta dimensione media delle aziende europee.
Nel frattempo, per l'Italia, circolano insistenti voci di un interesse di gruppi cinesi nell'acquisto di frantoi italiani di medio-grandi dimensioni. Dopo aver acquistato Salov, con marchi Sagra e Filippo Berio, i cinesi vogliono buttarsi nelle produzione di olio extra vergine di oliva Made in Italy, un bene di lusso, in prospettiva, per un'economia cinese in grande crescita.
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