Mondo
In Spagna dominano i private label dell'olio d'oliva
A dimostrazione che nessuno è profeta in patria, sono proprio i cittadini andalusi a comprare di più i marchi privati delle catene distributive. I private label volano oltre il 40% del mercato
26 novembre 2011 | Ernesto Vania
E' impressionante il trend di crescita dei private label spagnoli dell'olio d'oliva.
In due anni, questa la denuncia dell'associazione degli imbottigliatori e industriali (Anierac) la quota di mercato è cresciuta di 30 punti passando da poco più del 10% al 41,7%.
Volendo fare un raffronto con l'Italia, oggi la quota di mercato delle private label è del 18%, raddoppiando nel giro degli ultimi cinque anni.
In Spagna, dunque, la situazione, complice la crisi economica che ha portato a una significativa perdita di potere d'acquisto per tante famiglie, è evoluta molto più rapidamente che nel nostro paese e, a detta delle associazioni dei produttori, a scapito di olivicoltori e frantoiani.
“Le catene distributive – denuncia Agustin Rodriguez del sindacato dei piccoli produttori – aggrediscono il mercato con pratiche commerciali vietate dalla legge. Le Gdo ha una posizione dominante e non si fa scrupolo di approfittarne con la conseguenza di strozzare i produttori, che debbono offrire prezzi molto bassi o andare sotto costo.”
“C'è un problema di concorrenza – conferma Jaime Carbó di Anierac – la GDO spinge per appiattire verso il basso gli standard qualitativi, così mantenendo i prezzi bassi che attraggono o fidelizzano i clienti. Occorre un intervento politico per migliorare le regole sulla concorrenza e spingere sulla qualità a vantaggio dei produttori e imbottigliatori.”
A dimostrazione che nessuno è profeta in patria e che le persone che vivono sui luoghi di produzione non sempre hanno la maggiore coltura oliandola, secondo una società di ricerca specializzata in analisi di mercato sulla base di panel di consumatori le famiglie andaluse hanno speso 60 euro in più a famiglia per gli oli private label rispetto alla media spagnola nel corso del 2010.
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Vincenzo Lo Scalzo
26 novembre 2011 ore 10:02I "private label", creati in UK nei primi anni '80, hanno avuto successo nel mondo della GDO ogni qualvolta nei territori nazionali gli organismi di pubblica informazione sulla qualità hanno dominato con il "prestigio" e la forza della deterrenza giuridica dei giudizi espressi con l'uso scientifica della verità della qualità. I marchi leader creano il propri prestigio con la storia del gradimento dei loro prodotti al costo che costa, i nuovi entranti sfidano la risposta alla qualità attraverso la riduzione dei costi della pubblicità e contorno ma scommettendo sul prestigio degli esami dei gruppi specializzati di qualità. La distribuzione ne ha riconosciuto il valore appropriandosi del corrispettivo diritto di "Private Label". Si è data forza alla PLMA, Private Label Manufacturer's Association. Quando l'Italia avrà coscienza libera e capacità di apprezzamento pubblico per questi semplici concetti, sarà facilissimo arrivare ai risultati dell'ultima allieva, la Spagna.
Ho cercato di sviluppare questi concetti in vari segmenti di mercato con partner di primo livello nel mondo in proposte di collaborazioni strategiche. Non esito a ricordare l'amico Mr Harry Burnham, entrambi partner nelle nostre Associates, ancora attivo nella segreteria generale della PLMA, ben nota e stimata nel mondo anglosassone per ogni tipologia di prodotto in consumer goods. Harry, rientrato dagli US nel board di BP Chemical era stato incaricato (PDG) di rivitilizzare l'avventura della divisione di BP nel segmento di mercato "consumers". Ha subito cavalcato l'iniziativa inglese. SIR era in crisi, ma Brill e Viset avevano una storia di prestigio nel settore. Qualcosa abbiamo fatto, la ripresa di comunicazione aveva destato l'ayyenzione di ben 23 candidati all'acquisizione delle aziende che il Comiato ha tenuto sino all'ultimo passo, la cessione a Montedison di Gardini di tutta la chimica SIR. In trent'anni in Italia Harry è stato invitato due sole volte a "convention" di settore. Trasparenza e la cultura hanno da decine di anni pagato pochissimo. E forse si continuerà in eterno, per il piacere delle economie concorrenti. Vedi ancora oggi. Vedi il destino di Made in Italy: se l'avessero a disposizione in America, inscatolerebbero miliardi di "tortellini d'autore" (Confidenza personale datata del primo assistente alla presidenza del tempo d American Home, 1981, invitato a tavola ad una cena della Accademia Italiana della Cucina con Dino Villani, ancora brillante e vivente. American produceva e distribuiva in US milioni di "ravioli di Mastro...", in scatola). Era la stagione mondiale della domanda di precooked food... pronto da servire... caldo!
Anche nell'olio la qualità italiana non sarebbe "appiattire verso il basso", ma portare qualità eccellente accessibile senza ricorrere alla boutique, garantita da assaggiatori che la firmano coscientemente e responsabilmente, rispettata da imprese che se ne facciano vanto!
In Italia, in parte, ma senza mettere e comunicare, solo qualcosa è stato fatto in sordina: in alcuni casi anche è stato fatto il nome del garante. Direi che TN li ha tenuti in considerazione sempre con simpatia, per questo mi piace!