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L'OLIO ITALIANO AL CENTRO DEL BERSAGLIO, TANTI GLI ATTACCHI DAL RESTO DEL MONDO. MANCANO AZIONI COORDINATE E PROPOSITIVE
Non è ancora emergenza, ma il futuro non è roseo. Gli oli italiani di marca sono stati intanto bocciati negli Usa dalla rivista “Consumer Reports”, con la soddisfazione di alcuni in casa nostra. Ma a chi giova? E poi: quanti trucchi ci sono dietro, per restare in una situazione di così perenne stand by
27 novembre 2004 | T N
Olio d'oliva italiano: riconosciamolo senza esitazioni. L’olivicoltura italiana è alle strette. Gli assalti da parte del resto del mondo non lasciano spazio a equivoci. La realtà è quella a cui assistiamo a volte impotenti. Non c’è da farsi illusioni, perché il futuro segue sempre le dinamiche del presente, salvo eccezioni.
Noi ci auguriamo di cuore che le eccezioni possano presto profilarsi all’orizzonte, sia chiaro, ma le buone intenzioni e le speranze da sole purtroppo non bastano: vanno sollecitate. Al momento attuale non ci pare che esistano i soggetti giusti per riscattare tale fase di impasse. Manca una classe dirigente, lo abbiamo già scritto e ribadito. La risposta per uscire dall’attuale pantano è tuttavia molto semplice: occorre una nuova classe dirigente, la quale non è stata purtroppo mai coltivata in tutti questi anni.
A qualcuno, è vero, tali preoccupazioni non sembrano neppure lontanamente possibili. Come non dargli torto, le attenzioni per gli oli di oliva di qualità mai sono state così evidenti. Oggi il consumatore si è pure evoluto; sa riconoscere le differenze tra un prodotto esclusivo, riconducibile peraltro a un determinato territorio, e un olio senza identità né pregi, semplicemente mediocre, o banalmente sufficiente, rispondente quindi ai soli requisiti minimi previsti dal legislatore. Ma non basta, occorre progettualità. Aspetto, questo, che resta alquanto lacunoso in Italia. Cosa si sta facendo di buono? Provate a pensarci. Cosa si sta programmando, al di là delle risposte per il breve periodo, finalizzate alle semplici emergenze?
Intanto, ecco uno spaccato della realtà vista al di fuori dei confini nazionali, con tutte le problematiche connesse. Leggete con attenzione. Credo sia giunta l’ora di pensare a una strategia comune.
Ci chiediamo se esistano soggetti capaci di sviluppare idee e di concretizzarle. Invitiamo pertanto i lettori a fare i nomi dei candidati alla rinascita del settore olivicolo.
Oli “italiani” bocciati negli Stati Uniti
Appunto. La rivista americana “Consumer Reports” ha testato ben diciotto oli extra vergini di oliva, in parte statunitensi, in parte di provenienza estera. Il risultato che un periodico consumerista italiano ha evidenziato è stata la clamorosa vittoria degli oli californiani a scapito di quelli riconducibili all’Italia. Ne dà infatti notizia – apparentemente in modo sobrio - “Il salvagente” (n.38 del 30 settembre/7 ottobre 2004), forse segretamente godendo del riscontro del tutto sfavorevole agli oli di aziende nostrane.
Disappunto. La soddisfazione di alcuni consumeristi nostrani nell’apprendere la notizia deriva dal fatto che gli oli italiani bocciati siano stati quelli imbottigliati da alcuni noti marchi industriali presenti sul mercato Usa. Ciò, evidentemente, a testimonianza del fatto che tali aziende mal rappresentano l’immagine dell’Italia all’estero. “L'esito – si legge nella rivista - non dovrebbe stupire, in realtà, dato che sono stati messi a confronto eccelsi prodotti locali di nicchia e prodotti italiani industriali. Più che normale, quindi, la sconfitta dei secondi”. Nessun dubbio però, da parte della Redazione de “Il Salvagente”, sul fatto che si possa trattare di un’operazione sospetta, a evidente danno per l’immagine dell’olio italiano all’estero. Forse conta di più far sapere che l’industria olearia nostrana non presenta buoni oli sul mercato estero? Quelli del “Salvagente” non rinunciano nel frattempo a esprimere l’alto livello dell’operazione: “Gli esperti della rivista statunitense – scrivono come ammaliati da una luce ispiratrice - per esprimere il proprio giudizio si sono basati sugli standard stabiliti dall'International olive oil council istituito dalle Nazioni unite”. Cosa che ci fa sorridere, perché tutti coloro che si occupano abitualmente di olio di oliva sanno bene cosa sia il Coi (il Consiglio oleicolo internazionale) con le sue disposizioni intorno ai panel test. Però qui la soddisfazione nel riportare la notizia di una bocciatura degli oli “italiani”, o presunti tali, in vendita negli Stati Uniti è troppo alta. Far sapere ai consumatori nostrani del giudizio poco esaltante dato agli oli di marca è tale da non aver nemmeno espresso dubbi sulla attendibilità stessa del riscontro riportato dalla rivista statunitense. Ricordano i signori del “Salvagente” la polemica di qualche mese fa sul “New York Times”? Ritengono - al di là di un oggettivo giudizio sugli oli bocciati, tutto da verificare e quindi anche plausibile – che comunicare la notizia senza discuterne le ragioni che l’hanno determinata giovi in qualche modo al nostro comparto olivicolo e ai nostri consumatori? Contenti loro, noi qualche legittimo dubbio lo avanziamo. Scorgere l’altro lato della realtà è un dovere morale per chi fa comunicazione.
Il buio e la luce
Appunto. Una nota d’agenzia del 13 ottobre scorso richiamava l’attenzione sulle esportazioni d'olio d'oliva dalla Tunisia. Nei primi otto mesi del 2004 si è registrato un incremento del 491,20% per un valore di ben 618,4 milioni di dinari tunisini.
Disappunto. Questo segnale dovrebbe far maturare una presa di consapevolezza da parte dell’Italia, dove tali quantitativi di prodotto non aiutano di certo la nostra olivicoltura a rialzarsi da un mercato un po’ stagno. Sebbene sia giusto credere nella libera circolazione delle merci, un po’ di contromisure non sarebbero nemmeno da considerare disdicevoli. E’ stata intrapresa forse qualche iniziativa? Intanto sul fronte estero la situazione non è certo facile da gestire. Le regole del commercio internazionale in diversi casi vengono infrante senza ritegno. E’ il caso di quanto si è verificato in Messico, dove nel giugno scorso il governo locale aveva introdotto dazi doganali sull'olio d'oliva fino al 30%. E’ una dura battaglia quella che si muove sul fronte degli oli. Qualcuno se n’è forse accorto? Perché – ci chiediamo - in Italia si trascurano tali problematiche?
Intanto nella prossima campagna di commercializzazione, che decorre dal primo novembre 2004 al 31 ottobre 2005, l’Unione europea assegnerebbe all’olivicoltura italiana quasi 16 milioni di euro di finanziamento, mentre ammonterebbe a circa tre milioni e 160 mila euro il cofinanziamento statale. Cosa accadrà dunque con tanto ben di Dio? Si investiranno saggiamente così tanti buoni denari?
Traffico di perfezionamento attivo
Appunto. Si dice Tpa e coincide con quel che viene più comunemente chiamato Traffico di perfezionamento attivo. L’escamotage serve a introdurre oli stranieri non direttamente commestibili, quindi da lavorare in Italia per poi rimandarli in un secondo momento al Paese di origine.
Disappunto. E’ quanto accade veramente? Oppure gli oli restano in Italia e all’estero tornano solo documenti che certificano il ritorno? Ce lo chiediamo, legittimamente. E’ oramai una storia lunga e irrisolta, quella dei Tpa. Perché – ci chiediamo – coloro che in Italia potevano contrastare duramente tale falla nel sistema non hanno fatto nulla in passato?
Olio e salute
Appunto. La scorsa settimana Francesco Visioli ha riportato su “Teatro Naturale” la cronaca di una conferenza internazionale sul tema olio e salute, a cui aveva personalmente partecipato a Jaen, in Andalusia.
(link esterno).
DisappuntoMolte le novità emerse dall’incontro, ma evidentemente in Italia vi è stata una scarsa adesione all’iniziativa. I giornali hanno appena accennato alla notizia, alcuni, ma non tutti, e comunque con scarso rilievo. Come al solito. Ancora non si comprende ch’è proprio sul binomio olio di oliva e salute che si gioca la fortuna commerciale dell’intero comparto. La Spagna lo ha compreso, mentre l’Italia sta ancora a guardare. Anzi, da noi si pensa ad altro, si sottovalutano le potenzialità salutistiche intrinseche all’olio di oliva. E’ passata quasi sotto silenzio l’altra grande novità, il fatto che la Food and Drug Administration, l’organismo statunitense di controllo su alimenti e farmaci, abbia autorizzato la possibilità di riportare in etichetta il riferimento alle proprietà salutistiche cardio-protettive dell’olio d’oliva. C’è ancora molta strada da fare.
E se la Spagna...
Appunto. Ne avevamo già scritto. Sono in corso trattative per la vendita della Olio Sasso a una società spagnola.
Disappunto. L’eventualità di un trasferimento di proprietà di un marchio storico qual è la Olio Sasso a una società spagnola non è la stessa cosa di una vendita della stessa azienda a una multinazionale, come è accaduto in passato quando proprietaria del marchio era per esempio la Nestlè. Tutto è possibile e lecito, sia chiaro; ma si comprende bene la portata di una simile operazione? Sapete cosa accadrà, anche solo a livello di immagine per il nostro Paese? Provate a pensarci. Ma fate in fretta, perché, notizia dell'ultima ora: la Olio Sasso è stata ufficialmente ceduta al gruppo iberico Sos. Tale società opera attraverso undici stabilmenti e ha un giro d'affari superiore al miliardo di euro. Quotato in borsa a Madrid, il gruppo Sos, il cui marchio più noto è la Carbonell, ha quale azionista di riferimento la famiglia Salazar.
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