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E' il paradosso. La Fao lancia l'allarme sui prezzi agricoli

Il rapporto Food Outlook prevede aumenti del costo delle importazioni alimentari dell’11% per i Paesi più poveri e del 20% per quelli a basso reddito

20 novembre 2010 | Ernesto Vania

Il costo totale delle importazioni alimentari potrebbe nel 2010 superare la soglia dei mille miliardi di dollari, con i prezzi della maggior parte delle derrate in brusco rialzo rispetto al 2009, ha reso noto la Fao.

Agli occhi degli agricoltori italiani ed europei, che stanno vivendo la drastica riduzione delle quotazioni delle principali commodities agricole, appare un paradosso ma rappresenta un dramma per alcune realtà.

Si prevede infatti che nel 2010 il costo delle importazioni alimentari aumenterà dell’11 per cento per i paesi più poveri e del 20 per cento per i paesi a basso reddito con deficit alimentare. Il costo totale delle importazioni alimentari a livello mondiale con tutta probabilità supererà il tetto dei mille miliardi, portandolo ad un livello non riscontrato sin dal record raggiunto nel 2008.

Contrariamente alle previsioni iniziali, la produzione cerealicola mondiale adesso sembra si ridurrà del due per cento piuttosto che espandersi dell’1,2 per cento, come anticipato in giugno. Responsabili di questo cambio di direzione, secondo il rapporto, un’imprevista riduzione dell’offerta dovuta a condizioni meteorologiche sfavorevoli.

Gli stock cerealicoli mondiali potrebbero ridursi notevolmente, ed a questo riguardo il rapporto lancia un forte appello affinché si aumenti la produzione così da riuscire a ricostituire le scorte. Secondo la Fao, si prevede che gli stock cerealicoli mondiali caleranno del sette per cento, il mais del 12 per cento, il grano del 10 per cento, e l’orzo crollerà del 35 per cento. Solo le riserve di riso si prevedono in aumento, con un incremento del sei per cento.

Ma i cereali potrebbero non essere le sole colture che si cercherà di produrre di più, dal momento che l’aumento di prezzi ha reso attraenti anche altre derrate, dai semi di soia, allo zucchero, al cotone. Questo potrebbe limitare le risposte produttive di singole produzioni a livelli che potrebbero essere insufficienti per allentare la ristrettezza del mercato. In un tale contesto, i consumatori non avranno altra scelta che pagare prezzi più alti per gli alimenti.

Gli aumenti dei prezzi registrati dalla maggior parte dei prodotti agricoli di base negli ultimi sei mesi, sono dovuti ad un insieme di fattori, in particolare ad inaspettate riduzioni dell’offerta dovute a condizioni meteorologiche avverse, alle risposte politiche di alcuni paesi esportatori, ed alle fluttuazioni dei mercati delle valute.

Ma i prezzi internazionali potrebbero ancora salire se la produzione l’anno prossimo non aumenterà, ed in modo significativo – specialmente il mais, i semi di soia ed il grano, si legge nel rapporto Fao. Perfino il prezzo del riso, la cui offerta secondo al FAO è più che adeguata a paragone degli altri cereali, potrebbe risentirne, se i prezzi delle altre principali colture alimentari dovessero continuare a lievitare.

Lo zucchero è stato nei mesi scorsi una delle ragioni dell’aumento dei prezzi del paniere alimentare globale. Secondo la Fao, i prezzi dello zucchero che di recente hanno superato i massimi trentennali, rimarranno elevati ed estremamente volatili.

Nel settore dei semi oleosi i prezzi riflettono la crescita relativamente lenta della produzione mondiale che, secondo il rapporto, non è stata al passo con una domanda in rapida crescita.

Anche i prezzi della carne sono saliti, ma sinora l’aumento è stato molto più contenuto. Per quanto riguarda il settore lattiero-caseario, il burro ha già toccato il massimo storico. Anche i prezzi della manioca commerciata a livello internazionale nel 2010 hanno raggiunto un livello record, con la produzione che adesso si prevede calerà per la prima volta in 15 anni.

Anche il settore ittico registra aumenti dei prezzi, mostrando una ripresa sostenuta dopo il brusco calo subito a partire dalla fine del 2008. Ciò è da addebitarsi al fatto che gli addetti all’acquacoltura hanno risposto al calo dei prezzi riducendo gli stock. I prezzi del pesce continuano ad essere sostenuti da una forte domanda sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, afferma il rapporto.

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